dic 21

Anche le api nel loro piccolo si sono rotte… Brutto segno!

Dire “piccolo” è un azzardo. Il piccolo per le api non esiste. Faccio un uso spigliato del sottotitolo, e mi pento già mentre scivolo su mezzi spiccioli di comunicazione per attenuare la gravità dell’argomento e rendere facile la lettura.
Le api sono grandiose.
La questione “immorale” ci lascia afflitti. Dalla Campania all’Abruzzo, dalla Toscana alla Calabria, alla Basilicata, assistiamo a nuove tangentopoli nelle nostre esasperate esistenze e ci domandiamo se c’è un legame tra le mazzette di tangentopoli vecchie e nuove e la moria di api. Il nesso è nel lasciare il mondo affidato a energumeni brutali e moralmente guasti.
La sensibilità manca, l’equilibrio e il rispetto sono assenti. Persiste invece – di tali insaziabili incettatori – il procedere come pachidermi su cristalli di Boemia calpestando tutto, distruggendo e dissipando pezzi di esistenza dell’umanità per soddisfare l’egoismo delle vite arroganti che raccolgono benefici momentanei senza dare nulla al futuro di tutti.
Gravemente minacciate dalle onde elettromagnetiche dei nostri cellulari le api rifiutano di rientrare negli alveari se nei paraggi vengono piazzati ripetitori o congegni elettromagnetici.
L’informazione data da alcuni studiosi tedeschi dell’Università di Landau spiega che il loro sistema di navigazione è sconvolto al punto che non riescono più a trovare la strada per le arnie.
Chi era a dire : “Se le api dovessero scomparire, al genere umano resterebbero cinque anni di vita?” Einstein?. Vediamo i dati. L’APAT (Agenzia Per la protezione dell’Ambiente e i servizi Tecnici) informa che nel solo 2007 il numero delle api in Italia si è dimezzato. In Europa c’è una perdita tra il 30 e il 50% , e negli Stati Uniti nel fenomeno da spopolamento detto Ccd (Colony collapse disorder) si arriva fino al 60-70%. Concorrono alla sparizione delle api l’inquinamento atmosferico, gli insetticidi, la scarsità d’acqua, i cambiamenti climatici, l’elettromagnetismo e gli ogm.
I devastatori, gli scellerati che a tutto questo non hanno badato nella corsa all’accaparramento di potere e denaro sono ancora nella fase del doverci pensare e capire se è vero che bisogna correre ai ripari prima che inizi l’era disgraziata in cui una dopo l’altra le calamità siano irreparabili.
All’estero come da noi non pare che ancora si sia presa coscienza del dover decidersi – e di corsa – di cambiare registro. In Italia, nei programmi dei due poli non si vede un progetto di moralizzazione di ambiente e politica. E’ altro quello di cui sembrano preoccuparsi i leader dei partiti da destra a manca. Dichiarazioni e chiacchiere sul potere, giochi di correnti, esame sulla questione morale vista come possibilità di trovare un capro espiatorio e andare avanti alla stessa maniera. E mentre discutono la nave va a picco come sul Titanic nell’ultima suonata dell’orchestra.
Il segnale è brutto. Le api sparite sono un punto di quasi non ritorno e il mondo naturale ridotto così male si arrenderà prima o poi all’autodistruzione in cui ci stiamo accanendo.
Cosa può farci tornare la speranza se non un vero cambiamento? Una trasformazione da imporre come dovere improcrastinabile a soggetti nuovi, che si attivino a comporre gli scomposti, disintossicare i contaminati, sanare intere aree malsane. Sistemi e progetti che agiscano come i minuscoli sensori (nanonasi) trovati dagli scienziati del Massachusetts Institute of Technology (Mit), e descritti sulla rivista Nature Nanotechnology. Sono nanotubi di carbonio che una volta entrati nella cellula vivente avvolgono il Dna e si legano ad agenti che danneggiano il materiale genetico. Cambiano il colore della luce emessa dalla tossina presente nella cellula e assicurano che i farmaci stiano combattendo il tumore distruggendo il dna malvagio. La loro funzione è di “segnalazione” visiva dell’elemento nocivo e di “riparazione”.
Affidandosi alla scienza e sapendo esattamente che cosa l’intelligenza umana può dare o togliere ci si libera da chi nuoce? Certamente sì se la scienza è applicata con metodo e appresa nelle prerogative di ogni campo influente nell’esistenza umana, tra cui la “scienza politica” vista come premessa ai piani decisionali dei programmi governativi. Ma al metodo scientifico di trasformazione o riparazione del mondo va sommato il sistema delle conoscenze, fattori culturali che devono precorrere le decisioni e dare buoni livelli di informazione in corso d’opera. Ciò a dire che le decisioni che incidono nella vita di ognuno non devono cadere dall’alto, né passare lontane e sconosciute.
La Comunicazione strettamente connessa a risultati di consenso è ormai presente nelle progettualità della politica, dell’economia, e dell’imprenditoria, fino al punto di accettare ormai di avere ragione o torto a seconda di come l’informazione è presentata al pubblico.
Ben sa di questa importanza il giornalista che ha lanciato le sue scarpe al Presidente Bush e per farlo ha cercato il momento il cui, per rischiando la sua incolumità personale, sapeva che avrebbe avuto ragione del suo gesto. Perché il mondo lo guardava.
Il balzo del Presidente per evitare le scarpe è considerata un’eccellente performance da cowboy e George W. Bush ironizzando ha affermato di aver visto solo “un bel paio di 44″. Ha detto poi ai giornalisti – spostandosi sull’”Airforce one”da Bagdad a Kabul per andare dal presidente Hamid Karzai – di non aver capito nulla di quel che urlava lo scatenato Muntazer al Zaiti.
Il giornalista di Al Baghdadia (tv satellitare di opposizione del Cairo) ha oggi un braccio rotto, le costole fratturate, e lesioni a un occhio. Il fratello Dourgham ha dichiarato che Muntazer è rinchiuso in una cella di massima sicurezza all’interno della cosiddetta Zona Verde, il complesso super-fortificato del quartier generale della coalizione multinazionale guidata dagli Usa e dal governo iracheno. Il reporter sciita è però diventato un eroe non solo degli iracheni, ma di tutto il mondo arabo. In Libia la figlia di Gheddafi gli ha promesso un premio e i giornalisti tunisini hanno chiesto la sua immediata liberazione.
Ma torniamo in Italia e guardiamo a noi. La politica appassiona di meno. Gli astenuti aumentano e la gente ormai non distingue tra destra e sinistra sopraffatta dalla nausea di queste nuove ruberie: Il petrolio lucano con danni ai cittadini e all’ambiente, gli appalti nel comune di Napoli, gli arresti di Pescara. E la punta dell’ Iceberg che emerge lascia intuire che cosa c’è sott’acqua di enormemente corrotto e diffuso.
Che fare? Dove trovare pulizia morale e sana politica?
Una domanda emerge naturale. Quante donne sono implicate in questa corruzione? Tra i nomi di assessori indagati, amministratori con le mani in pasta, o capibastone infiltrati nelle fila dei partiti, di donne non se ne vede l’ombra. Bella scoperta si potrebbe obiettare. Non avendo il potere – le donne – non possono rubare. Eppure qualche donna in posti strategici c’é. Non affiora mai il nome di una donna nelle storie di tangenti e corruzione. Né nella prima, né in quest’ultima tangentopoli.
Che pensare? Ha ragione Andrew Samuels? Lo spirito di empatia delle donne salverà il mondo? O invece il Potere sarà sempre nei pugni chiusi di uomini accentratori? “Difficile non vederlo come una creazione dell’élite maschile, che trova il massimo piacere nel gestirlo e soprattutto nell’usurparlo..” scrive Mino Vianello – riguardo al potere – sul libro elaborato con Elena Caramazza “Genere Spazio Potere, Verso una società post-maschilista”.
Quando avremo la forza e la volontà di cacciare i corrotti a pedate? Non scarpe, non bombe, non tranelli. Ma come i nanonasi indicatori di cellule dovremmo entrare nei nuclei del sistema politico, istituzionale, economico e “lanciare segnali di allarme” per mandare via le unità nocive del sistema sociale corrotto.
Il tabù è duro da vincere. La partecipazione delle donne alla politica è vista come un’anomalia da combattere. Questione di paura? Convinzione che certi giochi di profitto con noi non funzionano? Complesso di colpa? Cosa? Cosa è che fa ergere mura altissime contro le donne?
Non solo dal mondo del potere politico. Non soltanto. Il complesso meccanismo della comunicazione – che avrebbe una missione di partecipazione sociale da svolgere – ha rinunciato alla funzione di grimaldello delle casseforti in cui è chiuso il potere fine a se stesso. Quasi fosse un tabù non se ne parla, anche quando argomenti sul tappeto ce se sarebbero molti per affrontare il problema dal punto di vista politico, sociale, morale, antropologico. L’occasione più volte offerta da una causa civile in corso (unica nel suo genere) che si appella al giudice per discriminazione femminile supportata da centinaia di documenti, 9 tomi e 170 testimoni – tra cui diversi parlamentari indicati come persone a conoscenza dei fatti – non viene accolta e indagata. Quasi vi fosse un divieto tacito o un freno culturale non viene analizzato dai nessuno dei Talk-show o programmi di analisi politica. Si potrebbe parlare dell’annoso problema dei rimborsi elettorali, che – documenti alla mano – non tornano nella quadratura del bilancio delle azioni positive per promuovere la partecipazione attiva delle donne alla politica. Si potrebbero approfondire questo ed altri aspetti. Ma nessuno si impegna. Questione di paura di toccare un argomento tabù? Chi ha paura di che cosa? Di chi? Vogliamo essere generosi e credere si tratti di un fattore culturale… Però se anche il Dalai Lama ha superato il divieto sacrale nei confronti delle donne cosa si attende? Che un grande fratello dia il beneplacito?
Il Dalai Lama dice – in risposta a una domanda fatta da Vanity Fair – perché no? “Se la forma femminile sarà più utile, il Dalai Lama sarà donna”. Pourquoi pas? dicono i francesi per dire sì. Il XIV Dalai Lama, l’Oceano di Saggezza, ha capito quale è l’aria che si respirerà nel futuro è ha detto Perché no? L’eremita delle montagne innevate del Tibet non ha chiuso fuori le donne. Dichiara che la reincarnazione femminile è la più alta perché in questo mondo di orrori e prevaricazioni, potrebbe essere più utile che parole di tolleranza e di pace, sgorgassero dalla bocca di una donna.

Si avverte il desiderio di rinascita spirituale, di affrancamento dal un rozzo materialismo attraverso una rivoluzione risoluta e dolce. Ferma e consapevole di dover dire tanti no e somministrare la medicina amara della cura radicale. Ma perché avvenga i mezzi di comunicazione di massa devono incominciare a fare con convinzione la parte loro. Solo pochi fino ad oggi hanno dato ascolto alle lotte contro la discriminazione agite anche attraverso lo sciopero della fame, oltre che con la chiamata in giudizio di Antonio Di Pietro. Ringraziamo tutti – a partire dalla stampa estera e spagnola in special modo – le agenzie e i quotidiani che si fa presto a trovare perché sono in questo blog. Ringraziamo tutti i blog e siti che ci hanno dato spazio e che digitando su Google il nome di chi scrive si leggono ancora, tranne quelli censurati dalla presidenza del partito in questione.
Segnaliamo uno spiraglio di intelligenza politica. Di due giorni fa l’articolo di Liberazione scritto da Antonella Marrone “DISCRIMINARE LE DONNE E’ UNA QUESTIONE MORALE O NO?” dove, cogliendo un lancio di agenzia Agi, si suggerisce di mettere in primo piano la “Questione femminile” dato che la immoralità diffusa non porta nomi di donne.
Vogliamo parlarne tutti insieme appassionatamente?
Io non ho paura.
21 dicembre 2008                            Wanda Montanelli

nov 11

circumnavigando il fenomeno nella leggerezza di un naviglio libero da zavorre ideologiche, fieramente felice di vivere in Italia senza dilemmi dell’essere Bruni

Tutti vogliamo entrare nel corso del tempo, aprire le vele della nostra imbarcazione ideale nel mare del cambiamento che abbiamo intuito essere importante, epocale, ma difficile da spiegare come le teorie della Fisica quantica sull’infinitamente piccolo e l’incommensurabilmente grande. La vittoria di Barack Obama, “Una cosa straordinaria per il mondo – secondo Massimo Cacciari – di rilievo culturale antropologico incalcolabile negli effetti che potrà avere”, ci ha coinvolti oltre le previsioni e ognuno ha reagito a suo modo.
Carla Bruni, première dame di Francia, prende spunto da una valutazione di melanina sulla pelle di Obama fatta da Berlusconi per dichiarare che si vergogna di essere italiana. Lei sta bene dov’è – non ne sentiamo la mancanza – vicino al marito Nicolas preoccupato per l’Europa. Il Sarkozy inquieto che scrive il 3 ottobre una lettera ai membri del Consiglio europeo sulla grave mancanza di fiducia che scuote l’economia mondiale invitandoli presso il Consiglio di Bruxelles ad accordarsi per assicurare il rispetto del quadro giuridico dell’Unione europea.
Trattasi di ambasce da economia globalizzata, o “economia canaglia” come definita nel testo di Loretta Napoleoni che prende in esame il lato oscuro del nuovo ordine mondiale. Fenomeno nuovo secondo l’esperta di economia, derivato da cause complementari e interagenti in tempi diversi come le teorie liberiste di Thatcher e Reagan, la caduta del muro di Berlino e il conseguente rapporto perverso tra democrazia e schiavitù seguito alla trasformazione in “democratici” di 118 paesi sui 63. Paradossalmente dopo l’abbattimento del muro di Berlino è cresciuta la schiavitù decolonizzata passata negli anni ’90 a 27 milioni di persone. Schiavi nell’economia “globalizzata e canaglia” che ha sviluppato prodotti canaglia quali oggetti come taroccate borse di Gucci, farmaci falsi, pesce pescato illegalmente, latte tossico di plastica alla melamina. Legami con prodotti innocenti come un pezzo di formaggio della Kraft che appartiene alla Philip Morris multinazionale del tabacco. O della nostra fede nuziale “contaminata” dalla schiavizzazione nelle miniere d’oro dei bambini del Congo da parte dei signori della guerra.
Vincoli mondiali che amplificano ogni minima perturbazione locale al tutto universale. Processi globali irreversibili ormai trasformati in sistema caotico sensibile e reattivo come la teoria della fisica dell’entanglement di Dean Radin per cui oggetti separati sul piano fisico possono non esserlo se osservati sul piano della fisica dei quanti.
La separatezza tra gli oggetti sul piano macroscopico che si dissolve e un numero incredibile di relazioni stabilite da coppie di particelle nello spazio e nel tempo è la spiegazione, e l’effetto farfalla che ne deriva non è soggetto a predizioni deterministiche stabilite dal libero arbitrio. I vari livelli del sistema caotico reattivo interagiscono tra il caos e le proprietà frattali – da cui i modello polifrattale di interconnessione dal livello molecolare fino alla globalità del sistema nervoso.
Libero arbitrio che secondo Chris King in “Chaos, Quantum-transactions and Consciousness” dimostra come l’equazione energia-momento-massa di Einstein pone gli oggetti quantici di fronte a biforcazioni superabili attraverso scelte (vedi Accles, Penrose e Hameroff) di sistemi viventi influenzati non solo dalla causalità, ma anche dalla retro causalità. Ciò a dire che gli esiti delle scelte non sono determinabili a priori dal sistema che sfugge ad un approccio puramente deterministico. Di conseguenza si ottengono due effetti: da una parte si generano strutture ordinate che prendono la forma di strutture frattali; dall’altra, una piccola perturbazione locale può essere amplificata fino a diventare un evento che coinvolge tutto il sistema. L’esempio classico è quello degli attrattori di Lorenz, osservati in meteorologia, rispetto ai quali si giunge a ipotizzare che il battito d’ali di una farfalla in Amazzonia possa causare un uragano negli Stati Uniti.

Siamo perciò tutti irrimediabilmente legati nella politica come per la fisica. Ecco il grande interesse alla magia delle formule vincenti e alle rare previsioni azzeccate in economia sociale.
L’accademia di Stoccolma ha premiato Paul Krugman con il Nobel per un’originale teoria del commercio internazionale concepita nel 1979 quando il 55enne docente a Princeton era fresco di laurea. Le sue pubblicazioni sul New York Times amate dai Liberal e odiate dai Conservatori, denigrate e contestate per decenni, hanno azzeccato negli oltre 500 articoli che ha scritto, previsioni sui crac e sulle difficoltà economiche dell’America. Si chiede Massimo Gaggi sul Corsera se questo barbuto anti Bush, già collaboratore di Clinton con alterne fortune, diverrà un principe della consulenza per Barack Obama.
Ormai consapevoli in ogni parte del mondo che siamo tutti imbarcati insieme nel cataclisma generale osserviamo la formula Obama che, allo stesso modo delle teorie della fisica, non deriva da una solo aspetto del sociale della politica e dell’economia. Il suo successo proviene dal basso, da sommatorie cioè di molecole in interazione rispecchiata poi nella totale immagine del mondo, cioè Internet.
Formule magiche scoperte nel tempo e nello spazio della politica si sono rivelate possibili come la straordinaria occasione di Barack Obama oggi. Forse. Anna Guaita in “Buona Fortuna Obama!” (Messaggero 4 novembre) lo definisce un possibile nuovo Franklin Delano Roosevelt, e apprezzando l’eleganza dello spirito democratico di John McCain che lo ha chiamato “il mio Presidente”, rende giustizia al corale plauso per la vittoria del Senatore dell’Illinois. Ma concordano in tanti, a partire da Walter Veltroni già entusiasta di lui in tempi non sospetti fino a Massimo D’Alema, Fassino e Franceschini; da Gentiloni ad Anna Finocchiaro, a Vannino Chiti e con qualche nota critica nello stesso PD, il filosofo Cacciari; dal Prc di Franco Giordano fino alla destra di Gasparri e Storace per arrivare a Berlusconi, e alla sua frase augurale pronunciata davanti al premier russo Medveded: “E’ giovane, bello, e… abbronzato!.”
Sapete qual è la più straordinaria conseguenza di questa affermazione? Che dal 4 novembre ad oggi non si parla d’altro. A torto o a ragione, in rivoli di considerazioni e critiche, giustificazioni e condanne, tutte interessanti per carità, tranne l’infelice battuta di madame Sarkozy, che non avendo fatto alcunché per migliorare l’Italia non si sa di che cosa si lamenti o recrimini.
Berlusconi prorompe nel fattore Obama oscurando di colpo Veltroni e tutti i meritevoli riconoscimenti in tema di primogenitura. Una battuta e si spazzano via il kennediano “I care” e l’attuale pragmatico “Si può fare”, versione nostrana dell’obamiano “Yes, we can”.
Non si saprà mai se Mike Bongiorno faceva le sue gaffe a caso o ci cascava lui stesso. Fatto sta che gli hanno dato la fama e l’ingresso permanente nei testi di storia dello spettacolo.
Berlusconi entra con la sua battuta in primo piano ogni volta che a qualsiasi titolo si parla di Barack Obama, e vi resta a lungo protagonista seppure sull’onda della polemica. Si va bene, Mike è un uomo di spettacolo e lui è il presidente del Consiglio, ma serve ribadirlo? O dovremmo invece osservare il video scanzonato del nuovo presidente Usa http://it.youtube.com/watch?v=RsWpvkLCvu4 , dire “Quante storie per un po’ di melanina!” e aggiungere: “Non ne parliamo più… non importa”, dimostrando di credere che la sua voleva essere davvero una carineria, non invece una voluta frase propulsiva sulla scena della politica internazionale, per far dimenticare Veltroni che per primo aveva creduto in Obama.
La cosa che non si capisce è come mai gli si da’ addosso dopo le esperienze del passato che lo hanno fatto crescere il maniera inversamente proporzionale alle attestazioni di disistima dei suoi avversari. Tra tutti forse solo D’Alema ha capito che se si vuol fare un favore a Silvio Berlusconi si deve parlar male di lui. Gli altri non ci riescono.
Se fingessimo di credere che la frase sul nuovo presidente d’America voleva essere una carineria potremmo anche prestare fede all’ipotesi che con la poliedricità propria del presidente del Consiglio egli possa passare dall’essere il miglior amico di Bush al più attento osservatore delle teorie obamiane.
Da imprenditore forse potrebbe egli stesso far proprie, almeno in parte, le teorie di B.O. sull’investimento per l’ambiente. Cinque milioni di posti di lavoro nel futuro degli Usa, e da noi quanti possibili?
E’ previsto che la BP, come ha già iniziato a fare in gran Bretagna, potrebbe aiutare Obama nel riconvertire gli investimenti in attività di energia pulita. Se da qui partisse un percorso virtuoso in progetti di crescita coniugati al rispetto dell’ecologia ne saremmo felici.
Se le previsioni si riveleranno azzeccate, pur nel difficilissimo impegno del nuovo presidente d’America, anche per dare impulso a cambiamenti in zone di sofferenza come l’Africa, a giusto titolo il Kenia avrebbe il 4 novembre come ricorrenza nazionale. Per festeggiare un cambiamento che auspichiamo nella stessa data potremmo celebrare l’inizio del cambiamento in Italia. Con investimenti per milioni di posti di lavoro in energia pulita, programmazione e semplificazione del problema giustizia con cause risolte a sentenza in pochi mesi data l’efficienza di moderni uffici e preparatissimi addetti ai lavori. Festeggiare riforme vere della scuola con investimenti nella ricerca e cancellazione dell’infame sistema del nepotismo e le assunzioni parentali; festeggiare mari puliti e fiumi trasparenti, incremento economico da immondizia riciclata; pianificazione delle Pari opportunità per tutti con l’abbassamento del gap che penalizza le donne nei luoghi delle decisioni. Festeggiare una Sanità sana e moderna snella nelle prenotazioni di alto livello nella qualità delle prestazioni e luoghi sicuri per chi va in giro di giorno o di notte. Festeggiare il rimpadronirsi della città da parte delle donne in assenza di malintenzionati, stalker o criminali. Festeggiare la crescita dei posti li lavoro veri con stipendi di sostanza e portafogli adatti a comprarsi un po’ di futuro. Festeggiare il prodotto non canaglia di una economia blasonata e riconoscibile da un “Marchio etico” di qualità che da tanto cerco di promuovere, con il quale si rende riconoscibile il fatto che nessun bambino e nessun tipo dell’esistente è danneggiato dalla produzione dello stesso.

Se così fosse il 4 novembre potrebbe esserci una triplice festa internazionale di Italia-Kenia-Stati Uniti. Se l’effetto Obama avesse apportato modifiche agli errori del governo Berlusconi sarebbe grandioso festeggiare e obbligatoriamente rammentare a tutti i partecipanti abbronzati o no che mentre avveniva il principio del cambiamento noi ci eravamo preoccupati di una battuta sull’abbronzatura di Obama. Neanche fosse stato il battito d’ali della farfalla in Amazzonia.

Wanda Montanelli, 11 novembre 2008

ott 29

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un ” modello di vita” buono per farne un Partito

Caratteristiche di positività, attaccamento alle tradizioni e proiezioni nel futuro. Il meglio e il buono che abbiamo. Vero come l’olio extravergine, Grato come il pane di grano duro e Profumato come il Zilath, rosso vino degli etruschi. Moderno e antico insieme come la casa di pietra mimetizzata tra i cespugli di corbezzolo, con i pannelli solari che appena si intravedono nella macchia mediterranea.
Se la fortuna di essere italiani ogni tanto è dimenticata per le traversie che ci disturbano con il pessimismo dei mutui raddoppiati, la crescita ferma, gli scempi di scorie nocive seppellite in siti naturali di rara bellezza, non tutto è offuscato. Se le cattive abitudini e i pessimi esempi della casta, che ormai “casta” non è, non foss’altro per il fatto che diventa plurale ogni giorno di più dati i molteplici privilegi di potere che scaltri conduttori si sono assicurati; se tutto questo può indurci in tentazione di fare le valigie e fuggire in Patagonia, poi qualcosa ci trattiene qui, come l’ancora nel mare in bonaccia, che fa temere una prossima tempesta, ma incanta sulla quiete della distesa azzurra e induce a pensieri lievi.

Pensieri che germogliano su notizie positive come quelle che ricordano l’unicità italiana dei luoghi di bellezze paesaggistiche, musei a cielo aperto, ingegno, tradizioni, filosofia del buon vivere, come quella che faceva dire a Cesare Musatti, padre della psicanalisi italiana, che la psicoterapia serviva a insegnare a ricchi ebrei a vivere come gli italiani.
Capacità di vivere in modo semplice e salutare, da cui nasce la Dieta mediterranea, candidata a patrimonio Unesco dell’umanità. Dieta che è la sintesi storica della civiltà delle popolazioni del Mediterraneo e della forte identità agganciata a robuste radici di un ambiente naturale dalle caratteristiche inconfondibili. L’insieme di questi fattori rappresenta un patrimonio non solo di cultura della salute, ma di rivalutazione antropica del rapporto dell’uomo con il cibo. Rapporto fatto di esperienza, vita a cospetto di mare, uliveti e distese dorate di grano maturo. Cibo e salute, concretezza, misura dei valori nutrizionali, saggezza. Una vera filosofia esistenziale che abitua a rispettare e a rispettarsi nel contesto naturale generoso che ci ospita. Modus vivendi che è stato oggetto di studio del cardiologo statunitense Ancel Keys (noto durante la II guerra mondiale per la formula della cosiddetta “razione K” delle truppe militari degli States, che da lui prende il nome) vissuto per oltre 40 anni sulla costa del Cilento, a Pioppi, dove attivò un laboratorio di ricerca comparata tra vari Paesi con abitudini alimentari del tutto differenti. Ricerca da cui deriva il famoso Seven Countries Study, comparazione dei regimi alimentari per un totale di 12.000 casi, in sette paesi di tre continenti (Finlandia, Giappone, Grecia, Italia, Olanda, Stati Uniti e Jugoslavia) che convalida i benefici sulla salute della dieta mediterranea fatta di pasta, pesce, prodotti ortofrutticoli, olio d’oliva. Saggezza alimentare fondata sulla sacralità del cibo, rispetto di se stessi, parsimonia, che abbassa notevolmente la percentuale di mortalità per cardiopatia ischemica dei popoli del bacino mediterraneo.
Buona salute, quindi, studiata da Keys nel Cilento, e poi presso il laboratorio di igiene fisiologica all’università del Minnesota. Impostata sulla centralità dell’uomo e legata ai saperi della Magna Grecia ed al pensiero eleatico di Parmenide e Zenone. Frutto di un mangiare sano di piatti poveri con verdure, legumi, pasta fatta in casa.
Prima che lo studioso statunitense scomparisse nel 2004 gli venne conferita la Medaglia al merito della Salute Pubblica dall’allora ministro, prof. Girolamo Sirchia, su richiesta di Alfonso Andria, Presidente della Provincia di Salerno, oggi Ministro ombra per le Politiche Agricole del PD che sostiene con Paolo Scarpa (Presidente della Commissione Agricoltura del Senato) la mozione proposta dal Senatore Paolo De Castro per ottenere il riconoscimento Unesco.
Patrimonio dell’Umanità come la Grande Muraglia cinese, la piana delle Piramidi di Giza, la Torre di Londra, la grande barriera corallina, la Samba di Bahia o la laguna di Venezia.

Mi viene da riflettere sul valore della conoscenza semplice. L’applicazione dell’uguaglianza e della democrazia del vivere e del nutrirsi. Disciplinata da leggi naturali, da esperienze ataviche, da scelte originate dalla contingenza. Dal giudizio superiore di valutazioni che allontanano potere e ricchezza. Una sovranità popolare che detta le leggi nutrizionali e assume la rivincita sull’opulenza smodata delle grasse libagioni castigate con attacchi di gotta e infarti del miocardio.
Un insegnamento filosofale, un monito: “Règolati secondo i principi primari, altrimenti la natura si vendica”.
Se tutto questo si potesse tradurre in progetto sociale si dovrebbero trasformare i principi della dieta mediterranea in norme della parsimonia nell’utilizzo delle risorse comuni e del buon vivere sociale.
Partendo dalla suddivisione degli alimenti in quantità sufficiente per tutti. E da qui la distribuzione del bene pubblico, le opportunità, il diritto alla salute, all’istruzione, al lavoro, all’ambiente non inquinato. L’eredità da lasciare ai nostri discendenti così come l’abbiamo ottenuta.
Pensate che enorme danno se i nostri antenati non ci avessero lasciato in eredità ulivi e vitigni. Se qualcuno nel passato (di pazzi ne sono vissuti molti in ogni epoca) avesse deciso di estirpare tutte le piante per l’olio o il vino. Potremmo bere Coca Cola con la spigola alla brace senza neanche soffrire della mancanza di un Vermentino di Sardegna o di un popolare Frascati.
La dieta mediterranea è l’opposto dell’ingordigia dell’arraffare. Se il ciclo di metabolizzazione dei beni, la regola della fruizione dei diritti, avesse parametri simili a quelli che regolano lo scambio tra il corpo e la dieta mediterranea, potremmo pensar a un corpo-Stato che consapevolmente non spreca le risorse, le distribuisce saggiamente, non si ingozza, rifugge la superchieria e i privilegi, risparmia, ed è sano nella sua assoluta applicazione dei principi di democrazia. Anche perché non avrebbe scelta. In caso di errata applicazione delle regole l’intoppo del corpo democratico lo porterebbe presto a correggere l’errore.
Applicando in politica i principi dell’equilibrio alimentare, ad ogni ingordo componente di una impudica casta verrebbe quanto meno la podagra come un segnale di “stile di vita indecente” che non ci si mette subito a regime porta al colpo fatale senza ritorno.

L’idea vincente di queste ponderazioni conduce ad una formula moderna di partito e a un sistema esemplare di gestione pubblica realizzato attraverso la cancellazione dei metodi obsoleti, clientelari, spreconi, dittatoriali e opportunistici della politica in generale.
Secondo studi recenti, tra cui quelli di Confindustria, la nostra politica è “costosa e senza progetto”.
Costituire un esempio di trasformazione nell’amministrazione pubblica che si basi sul pensiero semplice, non violento, come le calme acque mediterranee o come l’assunto di Gandhi sulla non-violenza che è legge del nostro essere in un futuro al femminile. Per restituire i diritti alle persone, economici, legali, ambientali, culturali, ricreativi e sociali di appartenenza e vera cittadinanza per tutti. Un modello snello, di buone prassi e amore sociale. Con un’attenzione alla cultura e al meglio della modernità realmente utile. Un’ottica femminile della semplificazione, distante dal potere fine a se stesso, rispettosa delle risorse naturali e l’ambiente, ottimista e attiva in un costante progresso.
Una gestione saggia, parsimoniosa, pragmatica, di equa divisione delle risorse e opportunità. Un farsi del bene come la dieta mediterranea, alimentazione etica. Un modello vincente. Per la gran parte dei cittadini italiani. Il copyright c’è. Servono sponsor.

ott 13

 .

In Sudamerica inventano il marito a tempo per i lavori di casa.
In Italia sbirciamo le vite coniugali dei Vip.
Stanno cambiando gli stili di vita delle nostre famiglie?

I mariti manutentori sono scomparsi?
Le donne singole o le mogli di mariti moderni avvezzi al computer o impegnati in palestra come faranno?
Se il mondo globalizzato può darci una risposta prendiamo esempio da Buenos Aires dove, nel quartiere di Recoleta è nata la ditta “Affittasi Marito’” che interviene per ammodernare impianti elettrici, sistemare porte che cigolano o cambiari vetri rotti delle finestre. Finalità da non confondere con quelle del film di Ilaria Borrelli “Mariti in affitto”, prodotto da Cristaldi nel 2004. In questo caso il lungometraggio tratta di avventure che si svolgono tra Procida e New York, in un triangolo amoroso impersonato da Maria Grazia Cucinotta. Brooke Shields, Pier Francesco Favino.

C’è invece un vero e proprio slogan nella pagina web della fantasiosa impresa che ha raggiunto negli ultimi anni l’apice del successo: “Stufa che tuo marito lasci in sospeso la manutenzione della casa? E tu, sei stanco che tua moglie ti chieda mille lavoretti al giorno? Ora puoi smettere di litigare”. Fondata da Daniel Alonso, un tecnico elettronico che sa fare un po’ di tutto la ditta nacque quando la moglie di Daniel disse alle amiche che chiedevano in prestito il marito per piccoli lavoretti: “Non te lo presto, te lo affitto”.
Oggi l’impresa conta oltre 2.000 clienti registrate e i lavoro è svolto con serietà anche se si presta a qualche ambiguità con richieste di taxy-boy o altri tipi di funzioni. La moglie però è in ditta e monitora ottimamente la situazione.
L’istituto della delega, risulta perfetto per compiti prettamente pratici e materiali, non è accettabile invece quando a entrare in gioco sono i ruoli familiari e le affettività. Se si sente dire spesso di crisi di padri un po’ messi in disparte nei diritti-doveri verso i figli, è utile sapere di sostegni che possono derivare da associazioni, e organizzazioni come l’”Istituto studi sulla paternità” fondato ormai 20 anni fa. Maurizio Quilici lo ha avviato per “promuovere lo studio della paternità” sotto l’aspetto psicologico, pedagogico, sociale, biologico, storico, giuridico. Oggi l’Isp ha oltre 300 soci tra cui un 30% di donne, e si propone di tutelare e valorizzare funzioni e ruoli paterni nella società e far crescere una nuova sensibilità sociale. Ma anche tante associazioni di Papà separati hanno scopi similari con più o meno successo.
Ruoli in famiglia di padri, di madri, di mariti. Fondanti l’istituto della famiglia, così importanti e poco aiutati nella fatica del vivere. Se ne parla poco, e le storie di quotidiana difficoltà non sono materia da Talk Show, né trama di film. Le emozioni, gli incontri, gli investimenti fatti per mettere in cantiere una famiglia. I mutui presentati come grandi opportunità per i “forzati all’acquisto” italiani che privi di alcuna possibilità di trovare casa in affitto hanno fatti salti mortali per prenotare case e sobbarcarsi mutui con allettanti tassi variabili che oggi sono amarissime realtà che inglobano interi stipendi.
Se ne sa poco. Eppure andrebbero realizzati film e documentari su questa che è una recessione storica. Si dovrebbe indagare come queste sofferenze economiche incidono nei rapporti, sono causa di liti e separazioni, producono depressioni e scoramenti, bisticci e disperazione.
Ma non fanno notizia. O almeno così si ritiene, e nessun editore commissiona un’ “Indagine all’interno della famiglia in crisi”.
Sono più appetibili racconti di famiglie famose, mariti celebri, meglio se attori o uomini politici. La gente comune non fa storia, non fa notizia. Ancora per poco, credo e spero.
Il senatore Franco Marini che racconta di aver spalato la neve per rendersi gradito alla famiglia della futura moglie, o l’eleganza dell’onorevole Bertinotti dovuta alla di lui consorte, nota per la gelosia nei sui confronti, oltre che per il gusto nella scelta delle cravatte. Pier Ferdinando Casini, che alla nascita di Caterina volle rimanere in sala parto con (l’allora compagna, oggi moglie) Azzurra Caltagirone. Sono queste le cose che piacciono. Raccolte in un famoso libro di Bruno Vespa “L’amore e il potere”, danno il senso del legame con chi si trova in un mondo diverso dagli amici della porta accanto. Permettono di entrare in casa d’altri, case prestigiose ed eleganti, magari per accorgersi che poi gli uomini si assomigliano sia che si chiamino Rutelli o Fassino e franano miseramente in cucina anche nel semplice compito di preparare due uova al tegamino.
I ricordi gli aneddoti, gli episodi curiosi rammentati da mogli celebri come Azzurra Caltagirone Casini, Luisa D’orazi Marini, Lella Fagno Bertinotti, Barbara Palombelli Rutelli, Anna Serafini Fassino, Mariapia Tavazzani Forlani. Una platea rosa cui si aggiungono arguti racconti del senatore
Giulio Andreotti, o quelli di Amintore Fanfani, che quando rientrava a casa dal lavoro arrabbiato si sfogava dipingendo.
Ci sarebbe da chiedersi cosa è cambiato in questi sessant’anni democrazia, e valutare quanti passi avanti abbiamo fatto – se ne abbiamo fatti – o se in relazione a questioni di diritti: al lavoro, alla salute, alle pari opportunità, all’istruzione, all’ambiente, abbiamo attuato un lento procedere di gamberi per non aver ben compreso portata e pericolosità di questi fenomeni.

Wanda Montanelli, 13 ottobre 2008

set 28

 .

La sentenza del Tar di Puglia è un segnale positivo che ci fa ben sperare sull’esito felice di ogni iniziativa che ha per scopo la civiltà, quella di non porre ostacoli al diritto delle donne di dare il loro fondamentale contributo alla conduzione dell’esistente politico, sociale, istituzionale; quella di far rispettare la Costituzione negli articoli 51, 3, 2.
Felicemente aderisco alla richiesta di sostegno della Consulta femminile di Molfetta e invito tutti i nostri gruppi di lavoro e monitoraggio delle Pari Opportunità a fare altrettanto.
Wanda Montanelli

Art. 51

Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini.

Art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 2.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.. . .

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CONSULTA FEMMINILE DEL COMUNE DI MOLFETTA
Palazzo di Città- p.zza Municipio
70056 Molfetta(Ba)
Tel/Fax0803359416

La nota vicenda della mancanza di rappresentanti femminili nella Giunta del Comune di Molfetta, ha portato alla sentenza del TAR Puglia, sede di Bari, che ha riconosciuto valide le motivazioni del ricorso promosso dalla Consigliera Regionale di Parità, dalla Presidente della Commissione Regionale di Pari Opportunità, dall’Associazione Tessere e dall’Avv. Francesca la Forgia, su sollecitazione della Consulta Femminile del Comune di Molfetta.
Riteniamo che sia stato violato lo Statuto, che è fonte di diritto e legge fondamentale di un territorio. La legge non può essere né violata, né superata in quanto creerebbe un pericoloso precedente.
Auspichiamo che la nostra voce diventi cassa di risonanza per creare un movimento di opinione che coinvolga tutte le donne e sostenga, attraverso azioni concrete, ulteriori iniziative, anche legali, per il consolidamento delle decisioni già espresse dal TAR Puglia, sede di Bari.
Tale vicenda costituisce un punto fermo per il riconoscimento e l’affermazione dei principi di uguaglianza che ispirano la Costituzione Italiana, ed è indispensabile promuovere il coinvolgimento di tutti gli organismi di parità nazionali, regionali e locali.

Chiediamo

attestazioni di solidarietà da inviare alle alte cariche istituzionali dello Stato affinché sia “assicurata la presenza dei due sessi nella Giunta”(art. 37 dello Statuto Comunale) e affermato il principio delle pari opportunità presente nell’art. 51 della Costituzione.

la Consulta Femminile del Comune di Molfetta
Chiunque voglia aderire:
• può far suo questo documento ed inviarlo alle autorità
- può inoltrare la sua adesione al documento, controfirmando ed indicando i suoi dati, a consultafemminile@comune.molfetta.ba.it

set 13

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“Quasi al traguardo il giro d’Italia in “rosa” che ha visto protagoniste le donne dell’Italia dei Valori che ha portato all’elezione delle responsabili territoriali del coordinamento donne. Un viaggio attraverso le regioni che ha la tappa conclusiva a Vasto, sabato 13 settembre, con l’elezione della coordinatrice nazionale”.
(leggi il resto*)

Lancio originario d’agenzia:
FESTA IDV: MONTANELLI, TANTE EPURAZIONI E SISTEMAZIONE DI MOGLI DI PARLAMENTARI NELLA NUOVA CONSULTA DONNE

Roma, 13 set – “Come da previsioni, attraverso un sistema di riorganizzazione del partito che ricorda tanto vicende in voga un tempo in Bulgaria, c’è stata una vera e propria epurazione delle originarie componenti la Consulta Donne Idv”. A dichiararlo è Wanda Montanelli, già coordinatrice nazionale delle donne del partito, sospesa dall’ex pm a seguito delle “legittime richieste di concreta e reale applicazione dei principi costituzionali dell’art. 51, 3, e 2″ e ad un’interrogazione sui fondi assegnati alle donne dalla legge 157/99 art. 3, per la promozione attiva delle donne alla politica. Pur indicate in bilancio, le somme non risultavano alla Montanelli, né alle altre donne della Consulta, essere state impiegate. “Per tutta risposta alla mia legittima richiesta di fare luce sulla questione – lamenta Montanelli – Antonio Di Pietro ha realizzato una “Consulta Donne alternativa”, sotto il pieno controllo e gestione da parte degli uomini di potere del partito e definita – secondo quanto mi è stato esposto e documentato da chi vi ha preso parte – attraverso meccanismi di pressione e acquisizione di tessere sui nomi di chi dovesse essere eletta. L’esito dell’operazione è stato, di fatto, la scomparsa della Consulta Donne originaria, soppiantata da una Consulta composta da affiliate, parenti amiche segretarie di parlamentari, coordinatori regionali e provinciali del partito. In Toscana, ad esempio, sono risultate elette al primo posto la moglie dell’onorevole Fabio Evangelisti, e al secondo la consorte del coordinatore Fedeli. In Sardegna la moglie del coordinatore provinciale Lino Mura mai iscritta a Idv, presentata dall’amico parlamentare Palomba. Nel Lazio idem con le persone sponsorizzate dal senatore Pedica. Per non parlare della coordinatrice nazionale, sen. Patrizia Bugnano, moglie del coordinatore Idv del Piemonte, o dei ruoli assegnati alla moglie di Di Pietro e alla tesoriera del partito, nota amica di famiglia. Una gestione “intimista” e familiare di un partito che usufruisce di fondi pubblici per molte decine di milioni di euro non è concepibile. Non abbiamo lottato per decine di anni, sfiancate di fatica, e fatto due scioperi della fame per far sistemare le amiche degli amici degli uomini di partito. Questa è una vera indecenza – accusa la Montanelli che dopo un recente sciopero della fame interrotto in seguito a ricovero urgente e alla richiesta di sospensione del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, si è rivolta al Tribunale di Milano per il riconoscimento del danno esistenziale – ho fiducia che a fronte di questo ulteriore aggravarsi della discriminazione femminile, tra l’altro perpetratasi anche con la chiusura repentina del sito internet delle Consulta donne, in barba all’art. 21 della Costituzione sul diritto di espressione e informazione, la magistratura possa renderci giustizia attraverso una sentenza esemplare che faccia scuola”.
AGENZIA PUBBLICATA

*ERA TUTTO PREVISTO
il 15 luglio :
scrivevo sulla “Teoria della Consulta ombra“:

(…) si sta cercando di epurare la Consulta Donne esistente; per soppiantarla con persone che magari di recente appartenenza, o comunque non bene informate di come stanno i fatti, credono a vecchie parole e fresche chiacchiere.
Dico loro che sono dieci anni che riceviamo le stesse promesse che oggi vengono reiterate al solo scopo di mettere una toppa sull’immensa voragine dei mancati diritti alle pari opportunità nell’Italia dei Valori. Le donne di questo partito sono ricche di volontà, capacità, talento, serietà, motivazione, passione civile. In cambio hanno ricevuto: offese, umiliazioni, desertificazione delle opportunità, emarginazione, allontanamento dai luoghi delle decisioni, divieto di esprimersi durante le pubbliche assemblee, collocazioni in posizioni di non eleggibilità nelle liste. Stenti, miseria e povertà di mezzi. Povertà di mezzi economici.
Di questo si chiede conto. Con la certezza di avere ragione. Perché solo con la forza di prove documenti e testimoni si può affrontare una causa civile di tale portata, contro una gestione accentratrice, antidemocratica e privatistica di un partito. Si chiede conto di ogni azione fatta contro le donne e la democrazia paritaria. Anche di questa Consulta “B” , o “Consulta Ombra” che si tenta in fretta e furia di mettere in piedi.
Sono uomini che la stanno facendo. Costruendo un luogo delle donne al posto di quello già esistente. Stendendo una passata di vernice bianca su affreschi di valore.

Oggi:
si contano (per adesso) n. 7 mogli (n. 2 in Toscana, n. 1 in Sardegna, n. 1 Piemonte, n. 2 ruoli nazionali); e salvo due regioni in cui ci sono donne già impegnate da antica data e un altro paio di casi gestiti con un minimo di democrazia, tutte le altre regioni sono divise equamente in propaggini (prolungamenti, diramazioni, longa manus) degli uomini di partito, cioè segretarie, amiche di famiglia, o del cuore, parenti, e annesse.

Invito gli interessati a denunciarmi se quanto qui dichiarato non corrisponde al vero.
I commenti del blog sono aperti ad altre notizie. Internet serve a questo: a dire la verità.
Wanda Montanelli, 13 settembre 2008

set 6

Panorama incerto di fine estate

Veltroni propone, Fini dispone, Berlusconi smentisce. Sul voto agli immigrati c’è un gran parlare con qualche mugugno della Lega e i rilanci di Franceschini. L’argomento è di quelli che hanno funzione interlocutoria tra i “diamoci una mossa” di D’Alema nella situazione di stallo dei partiti di centrosinistra tutti un po’ in speranzosa attesa del lampo di genio che li porti a trovare cavalli vincenti e corse non truccate. La riforma della legge elettorale e l’interesse a porre uno sbarramento al 5% rende inquieti i piccoli, compreso Tonino Di Pietro non sicuro di fare di nuovo amplein come per le ultime politiche. Le amministrative prima e le europee poi sono ancora un’incognita e forse anche i Democratici stanno riconsiderando che può giovare al PD lasciare rientrare nella dignità della rappresentanza parlamentare i partiti di categoria sociale o di nicchia. Perché infierire? In Europa non ci sono motivazioni oggettive per fare scelte drastiche come quelle veltroniane delle ultime politiche. Il rispetto di preferenze cesellate forse a Strasburgo ce lo possiamo permettere. Lo ha dichiarato Polito sul Riformista di martedì scorso esortando a salvare il panda: “I partiti politici – ha scritto – non sono equiparabili agli statali fannulloni, né si possono tagliare come fossero enti inutili.L’elettorato ha il diritto di poter scegliere”
In quest’inizio di settembre, sotto i riflettori della festa di Firenze che per la prima volta non si chiama più dell’Unità, il presidente della Camera ha dato una risposta di prudente apertura all’esortazione scritta da Veltroni sulla concessione del voto agli stranieri, coerentemente con quanto aveva già dichiarato nell’ottobre 2003 sui tempi ormai maturi per il diritto di voto amministrativo per gli immigrati. Anche a Fortezza da Basso Gianfranco Fini ha dichiarato che con i doveri di chi lavora e paga le tasse può rientrare il diritto di voto.
Il Premier Berlusconi ha invece espresso parere contrario specificando che Fini riferiva una sua opinione in quanto il voto agli immigrati nel programma di governo non è previsto. Umberto Bossi, come prevedibile, ha troncato ogni possibile apertura sostenendo che il voto agli emigrati è una follia, e menzionando l’articolo 48 della Costituzione dove è stabilito che prima di essere elettori è necessario ottenere i diritti di cittadinanza. Perciò niente scorciatoie.
Riguardo alla cittadinanza ci sono regole precise nel decreto di Giuliano Amato dell’aprile del 2007 pubblicato insieme alla “Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione”. Il Ministro dell’Interno rimandava, nel documento, ai nostri dettami costituzionali fondati sul rispetto della dignità umana ed ispirati ai principi di libertà ed eguaglianza. Ogni persona che si trova sul territorio italiano – è scritto nel testo – deve poter fruire dei diritti fondamentali, senza distinzione di sesso, etnia, religione, condizioni sociali. Al tempo stesso, ogni persona che vive in Italia deve rispettare i valori su cui poggia la società, i diritti degli altri, i doveri di solidarietà richiesti dalle leggi. Per ottenere la cittadinanza nei tempi previsti dalla legge occorre conoscere la lingua italiana, gli elementi essenziali della storia e della cultura nazionali, e condividere i principi che regolano la nostra società.
Nel mese di agosto del 2006 era c’era stato lo sconcertante e crudele assassinio di Hina Salem, la ragazza pakistana uccisa dal padre perché intendeva occidentalizzarsi. La società civile italiana si era posta importanti quesiti sui comportamenti oppressori di talune culture nei confronti delle donne. Il ministro Amato dichiarò perciò che agli stranieri non basta chiedere l’adesione ai valori della Costituzione, ma bisogna che ci sia un’adesione anche a diritti fondamentali come il fatto che la donna si rispetta secondo regole che universali.
Se questa opinione la maggioranza degli italiani è sicuramente d’accordo. Prima di essere riconosciuti cittadini italiani è necessario abolire ogni alibi culturale che possa creare zone franche dall’osservanza dei diritti universali. Sono condizione indispensabile per i diritti di cittadinanza il rispetto dell’individualità, della libera autodeterminazione femminile. L’abolizione assoluta di pratiche ancestrali come infibulazione, matrimoni combinati, e soggiogazioni a regole religiose, spesso frutto di errate interpretazioni di libri sacri, di superstizioni e comode e prevaricanti e affermazioni di egoismi.
Wanda Montanelli, 7 settembre 2008

set 4

Quando manca il buon senso e l’autoironia
di chi da piccolo leggeva Topolino

Due sere fa Antonello Piroso su La7 ha ricordato l’odissea di un uomo onesto incappato in uno dei più grandi errori giudiziari dei nostri tempi.
Non ho mai creduto nemmeno per un momento che Enzo Tortora potesse essere colpevole. Nel 1983 mi trovai in una trasmissione tv che andava in onda alle ore 19,00 su Raidue, “Tv30″, dove emerse una domanda sui suoi inizi di carriera (Campanile Sera del ’59 con Renato Tagliani e Mike Bongiorno). Dissi alcune parole in difesa del presentatore che si trovava in stato di detenzione.
La trasmissione si registrava e si trasmetteva in differita dopo qualche ora. Mi accorsi però che prima di trasmetterla era stata tagliata la mia frase: “Spero che Enzo Tortora venga presto liberato perché è un galantuomo, un uomo per bene”.
Chiamai gli autori del programma per protestare. “Perché avete censurato la mia frase su Tortora?”.
“Perché è meglio che non entriamo in questa storia – mi risposero – La Rai non si può esporre con dichiarazioni innocentiste”.
“E’ una mia opinione – replicai – di cui mi assumo ogni responsabilità. Voi non c’entrate”.
Non ci fu modo di convincerli, ed era inutile replicare, tanto ormai la trasmissione era andata in onda. Il clima era quello. Non si parlava di Tortora. Si attendevano le prove della sua colpevolezza. Pochi ragionavano sull’assurdità delle storie da banda Bassotti e commissario Basettoni che venivano scritte su quotidiani e settimanali. Il patto di sangue con il taglio dei polsi, l’appartenenza alla camorra, i centrini fatti ad uncinetto che qualche camorrista aveva mandato per venderli a Portobello. Cose da ridere. Non è che mi ricordo tutto, so che allibivo a quel tempo per l’assurdità della tesi accusatorie.
Come ci si poteva credere? Insomma eravamo cresciuti imparando a conoscere storie, vita e miracoli dei presentatori. Mike Bongiorno, Enza Sampò, Enzo Tortora. Come potevamo credere a baggianate del tipo dello spacciatore di droga. Un uomo ricco, elegante, lineare, composto, sereno. La tipologia del drogato è un’altra. Come si fa? Ce ne accorgiamo quando succede. È vero che ci sono, in tv alcuni personaggi, anche famosi, un po’ su di giri. Parlano fuori dalle righe, con un livello innaturale di concentrazione, e talvolta con performance che ci fanno venire dubbi sulla naturalezza dei comportamenti. Si vede se uno è impasticcato, o “fatto” di qualcosa.
Tortora invece era un uomo sereno, per bene, rassicurante. Anche antipatico forse per alcuni, ma comunque onesto. Eppure in tanti si schierarono dalla pare dei colpevolisti.
Mi irritavo quando dalla gente comune sentivo dire che se l’avevano incarcerato “qualcosa sotto sotto doveva esserci”. Ed erano estenuanti le discussioni per farli ragionare sulle contraddizioni, le illogicità delle accuse che peraltro venivano mosse da dei pentiti di bassa lega e senza riscontri oggettivi.

Devo qui dire qualcosa su Vittorio Feltri. Raramente condivido le cose che scrive. Insomma siamo molto lontani come modo di pensare. Tuttavia nel 1985 apprezzai l’onestà intellettuale di questo giornalista in occasione del processo a Tortora. Era sulla Domenica del Corriere che lessi un suo articolo. Per tutti questi anni mi sono chiesta se rammentavo bene … mi pareva fosse la Domenica del Corriere. Oggi lo so di certo perché quell’articolo l’ho ritrovato (viva Internet http://www.rosanelpugno.it/rosanelpugno/node/7504)
Feltri scriveva: ” [...] quando il direttore del mio giornale, che è il Corriere della Sera mi notificò la decisione di inviarmi a Napoli non avevo alcuna idea se il papà di Portobello avesse più o meno combinato ciò che la Procura partenopea gli addebitava. E, francamente poco mi importava. Conoscevo Tortora, l’avevo incontrato due o tre volte: ma non si può certo affermare che la nostra fosse un amicizia. E, se devo essere sincero, mi era più antipatico che simpatico: trovavo odiosi i suoi toni affettati, certi atteggiamenti melliflui, il perbenismo ossessivo.
Della vicenda giudiziaria due cose mi avevano colpito. E insospettito. Il fatto che il cosiddetto blitz, che aveva portato in galera lui e altri ottocento e passa imputati, fosse avvenuto una settimana prima delle votazioni politiche; e che gli agenti, pur di far riprendere Tortora dalle telecamere, con tanto di manette e di scorta, gli occhi smarriti e il volto pallido, lo avessero tenuto in questura sei o sette ore, in attesa della luminosità adatta alla massima resa delle immagini da mandare in onda. (…)
A Napoli sono così arrivato con la certezza di avere a che fare, se non con un camorrista e uno spacciatore di droga, almeno con un uomo che ignorava la coerenza. E ho cominciato a esaminare le carte processuali con diffidenza. Ma benché non trascurassi neanche una virgola della intricata storia, non riuscivo a capire quali fossero concretamente gli elementi contro di lui: c’erano le dichiarazioni dei pentiti, d’accordo, ma nulla di più. (…). Molti dicono che bisogna attendere la sentenza completa per criticare il tribunale. Ma che cosa può esserci scritto nel verdetto più di quanto si è udito in aula? Semmai è da respingere una legge, e una prassi, che legittima condanne senza prove; una legge che dà a un Panico o a un Melluso licenza di scegliersi una vittima e di stritolarla, sostituendosi, non solo al giudice, ma addirittura al boia.
(…). La corporazione voleva a larga maggioranza la condanna di Tortora, neanche si trattasse di una conquista per la categoria. Ma perché tanto accanimento? Ho avuto l’impressione di uno scoppio di irrazionalità, di una specie di tifo cieco analogo a quello degli stadi, alimentato, per giunta, dall’antipatia dell’imputato e dal suo modo ora goffo ora insolente, di difendersi. Un collega lo odiava perché con la Tv aveva strappato un facile successo, e scordava che, se il successo fosse facile, l’avrebbe avuto anche lui. Ha inciso anche la sua popolarità: troppa per essere perdonata da chi non ne ha affatto.
Ed ora che il presentatore era a terra, il piacere di sferrargli delle pedate era voluttuoso. Durante la lettura della sentenza ho visto cose turpi. Il nome di Tortora tardava a essere pronunciato. Che fra i colpevoli non ci sia? I giornalisti si interrogavano con lo sguardo, increduli, delusi, amareggiati. Parecchi avevano scommesso sulla condanna, avevano investito articoli ed articoli e temevano di essere sconfessati. Uno si volta e, allargando le braccia mi sussurra: vedrai che l’hanno assolto, mi toccherà andare in giro coi baffi finti. Ma la sua disperazione, e non solo la sua, è durata poco: “Tortora Enzo… dieci anni di reclusione e 50 milioni di multa” ha detto il presidente Sansone. Qualcuno ha stretto i pugni dalla felicità, altri hanno sorriso, sia pure con moderazione, dato il momento. Era come se la loro squadra avesse segnato in trasferta. E alla sera, ho saputo, hanno brindato: alla faccia di Tortora”.

Non dovrà mai più ripetersi l’accanimento come quello consumato contro Enzo Tortora.
Le sue figlie non hanno avuto ancora oggi né giustizia, né risarcimenti. Rispetto la magistratura, ma come in tutte le professioni credo che chi sbaglia debba pagare. Almeno dimostrare che l’errore è avvenuto in buona fede. La vicenda di Tortora è assurda. Il tempo passa e tanti particolari si dimenticano, poi per fortuna qualcuno pensa a riproporre la storia al grande pubblico ed ai molti giovani ignari di cosa è accaduto.
“L’uomo muore di crepacuore” è la frase scritta da Giorgio Bocca per commentare la morte di Enzo Tortora avvenuta il 20 maggio 1998. L’ha riletta Antonello Piroso, particolarmente coinvolto e commosso nel suo monologo. Ha citato il libro “Applausi e sputi. Le due vite di Enzo Tortora”, di Vittorio Pezzuto. Lo leggerò per non dimenticare il calvario di un uomo per bene. Può capitare ad ognuno di noi quello che gli è accaduto se manca il buon senso e… Mickey-Mouse o no, la distinzione delle chiacchiere dai fatti.

3 settembre 2007 Wanda Montanelli

http://www.la7.it/approfondimento/dettaglio.asp?prop=omnibus&video=16317

ago 26

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Da nord a sud, da molti anni e sotto ogni governo imperversa la cultura del crimine facile. Una volta i malviventi si nascondevano, una volta cercavano posti isolati e occasioni senza rischio. Ora sono sfacciati. Dipende da noi dare “la percezione di pericolosità” nell’infrangere la legge e le regole morali. Anche da noi donne se ce lo concedono.

E’ un fattore di cultura. L’assimilazione di notizie sul paese di bengodi per i criminali pare senza freni. E in questo ognuno di noi è complice.
Sembra che si stia spargendo la voce che l’Italia è terra di nessuno. Un posto dove chi vuole si accomoda, si impone, infrange le leggi, stupra le donne, rapisce i bambini, accoltella la fidanzata o il vicino di casa per motivi banali, e tutto è compiuto impunemente. Non solo. La percezione di impunità è arrivata al punto tale che i crimini si compiono in pubblico, tra la gente, in pieno giorno, nelle piazze, sulle spiagge, sotto il portoni chiusi o aperti non importa.
Che immagine hanno degli italiani i criminali nostrani e stranieri? Che idea si son fatti della nostra capacità di reagire?
Tengo a chiarire che in quello che scriverò non c’entrano il razzismo o le ideologie. Cerco di fare un’analisi del buon senso. Come qualsiasi persona oggi fa, essendo preoccupata per la sfrontatezza e la sfacciataggine dei criminali. Ragioniamo. Perché questo succede? E cosa possiamo e dobbiamo fare perché l’arroganza criminale abbia fine?
Non è strano che in pieno sole, sulla spiaggia Faber beach di Ostia Lido, stabilimento balneare del litorale laziale in cui è impossibile nascondere qualcosa, tra campi da beach volley, attrezzature per sport acquatici, bar all’aperto, e un asciugamani steso ad ogni metro, qualcuno rapisca una bambina? Il posto è vicinissimo a casa mia. Il Faber Beach mi piace perché grazie al sistema in concessione comunale qualcuno tiene pulita la spiaggia. Questo credo aggiunga servizi utili, oltre che opportunità di lavoro per tanti ragazzi, occupati a dare un volto nuovo ad una zona di Ostia una volta piuttosto degradata. Quando anni fa notai che si ponevano a dimora palmizi laddove fino ad un po’ di tempo prima c’erano cartacce e siringhe di drogati, ho pensato che fosse ora. Dare in concessione a cooperative di ragazzi un tratto di spiaggia pubblico toglieva all’amministrazione l’onere di mantenere pulito e sicuro un tratto di mare e spiaggia. Hanno iniziato con una baracchetta, poche sdraio, e… grande intuizione, un bel po’ di piante e fiori.
Ho scritto che mi piace Faber beach, non ho detto che ci vado, ed il motivo è uno solo. E’ impossibile passare inosservati. Ti trovi, sì al mare, ma nel centro della città, con la strada confinante, i palazzi di fronte, a poca distanza dal presidio medico S. Agostino, a un metro dai negozi e con la sabbia delimitata da un muretto basso, oltre il quale c’è l’asfalto su cui autobus vanno e vengono pieni di viaggiatori che osservano cosa fa la gente in spiaggia.
Come si fa in un posto così a rapire un bambino?
Giorni fa una mamma lasciava la spiaggia tra “La Buca Beach” e “Faber” quando un uomo le ha strappato dalle mani la bimba per darsi poi immediatamente alla fuga. Era un algerino un po’ alticcio catturato dagli stessi bagnanti e mancato al linciaggio per poco grazie all’intervento della polizia lidense che lo ha arrestato.
E’ vero, i bagnanti hanno reagito, ma non è questo il punto. Il punto è: “Chi ha messo in testa ai malviventi che in Italia si può fare azioni criminali senza rischi anche il pieno giorno? Chi ha così allentato i freni inibitori?“. Qualche birra bevuta in più?
Credo che il punto sia la “percezione del non rischio”.
Non sarà la considerazione che siamo mollicci, disattenti, che ci facciamo gli affari nostri e non aiutiamo il prossimo? Che la Polizia può contare su pochi componenti, che le leggi ci sono ma se pure ti arrestano esci dopo poco? Cosa è? Cosa fa pensare loro di farla franca?
Forse il fatto che la fanno franca davvero?
Torre Annunziata a Napoli, Ponte Galeria a Roma. Donne stuprate e aggredite dal branco, da un ragazzo napoletano di sedici anni in Campania, da due stranieri nel Lazio dove una coppia di ciclisti olandesi aveva deciso di pernottare in una tenda su un prato antistante un casale. Anche lì c’è l’errore di fondo di fermarsi a dormire dentro una canadese. Mi illudo. Mi piacerebbe sapere che una coppia che gira il mondo in bicicletta possa dormire sui nostri prati. Non è così. Ma anche nel caso dei rumeni cosa gli ha fatto credere che nessuno avrebbe aiutato i campeggiatori per tutto il tempo della loro aggressione? Passano macchine e camion poco distante da lì.

C’è un programma su Rai Tre “Amore criminale”, presentato il lunedì sera dalla brava Camila Raznovich. L’aspetto che sconcerta di più, oltre all’efferatezza dei crimini, è che per ogni storia si ha la certezza che si sarebbe potuto intervenire non una, ma decine di volte, per porre fine alle persecuzioni nei confronti della vittima. Per impedire il crimine.
Al fidanzato che accoltella la sua ragazza. Diritto di proprietà coniugato a quello di impunità, che gli dice la testa ? Che uno può assassinare la sua donna e non pagare il conto alla giustizia?
Cosa è che gli fa credere di farla franca?
Forse il fatto che non se ne trova uno di colpevole?
Tra tutti i femminicidi chi ha pagato?
Una volta esistevano il rimorso, i sensi di colpa, il bisogno di confessare.
Oggi esiste il gioco perverso di dimostrarsi più furbi degli inquirenti e non pagare.
Alla Casa Internazionale delle Donne di Roma c’è un’intera parete con effigi di donne assassinate il cui aguzzino resta sconosciuto. L’argomento è continuamente dibattuto dalle associazioni femminili e l’Udi sta organizzando le staffette contro la violenza in ogni luogo d’Italia. La volontà di trovare ferme soluzioni a questo gravissimo problema ci contraddistingue per tanti propositi messi in atto. Ma se fossimo di più nei luoghi delle decisioni avremmo accorciato le distanze e migliorato la nostra qualità di vita.
Vorremo poter dire noi donne qualcosa sulla sicurezza. Avanzare proposte. Credo che un gruppo di studio sulla sicurezza delle città con la presenza di donne a metterci buon senso e risoluzione potrebbe funzionare. Vorremmo poter organizzare la nostra autodifesa. Con corsi di prevenzione rivolti alle donne e con l’impostazione di una vera campagna culturale, difficile da esprimersi in poche parole ma con l’obiettivo di cambiare la mentalità dei criminali, a partire dal fatto che possono scegliere di non esserlo fino all’attimo prima di compiere il delitto.
In aggiunta a questo c’è la necessità di diffondere la cultura dell’inesorabilità “del prezzo da pagare” quando si decide di essere infami. L’efficienza della legge sullo Stalking, la cultura del rispetto inviolabile di ogni essere umano, per il suo diritto a vivere e decidere di se stesso senza sopraffazione alcuna. La scuola, la famiglia, devono trasmettere concetti morali parallelamente a tutto il virtuale che ci circonda: tv, spot pubblicitari, commedie comiche, soap opera, giochi a quiz, videogame, tutto. Tutto deve concorrere a mettere semi di buon senso nella vita di ogni persona; a infondere l’idea che c’è un’opzione di salvezza in fondo al viale grigio dell’incertezza. Chance che è in mano nostra come l’asso nel poker.
Il problema è culturale di informazione corretta, persuasione attraverso i mezzi di comunicazione individuali e di massa. Conoscere se stessi, le persone che abbiamo accanto. Rifuggire dal pericolo, e, trovandolo implacabilmente davanti, avere imparato che esistono alcune opzioni per non morire. Conoscere l’autodifesa, avere a portata di mano mezzi e strumenti per chiedere aiuto, contare sui fulminei interventi della forza pubblica. Non lasciare zone buie e scoperte da sorveglianza, e quando l’occhio umano non arriva… affidarsi al grande fratello. Che ce lo abbiamo a fare? Solo per farci controllare se paghiamo o no le tasse? Basta dare un’occhiata ai nostri scontrini per stabilire dove trascorriamo il tempo ora dopo ora. Il telefonino è il nostro controllore quotidiano, il video dell’Ufficio postale ci riprende, ma che ci importa se non abbiamo nulla da nascondere. Utilizziamo allora il grande fratello per trarne vantaggi e sicurezza.
Il problema è di messaggi mediatici. E’ di lavorare di psicologia sulla mentalità e la deterrenza alla delinquenzialità. Si sono vinte le elezioni per la “percezione” di insicurezza. Si può sconfiggere il crimine divulgando “percezioni di civiltà” e di legalità che sempre hanno un conto e un bilancio da cui nessuno è esente. Per infondere ideali di libertà rigore e bellezza, e immagini dei prati liberi di casa nostra nel filmato finale di una vita migliore.

26 agosto 2008 Wanda Montanelli

ago 12

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Grazie a Valentina Vezzali, Giulia Quintavalle,
Federica Pellegrini, Tai Aguero

Emozioni per il medagliere gonfio delle azzurre rosa. Ancora una volta i colori per distinguere ma è solo per non ripetere le parole donna e uomo che nulla aggiungono o tolgono al valore individuale. Si voleva che gli atleti rinunciassero a Pechino. Rispettiamo tutti i pareri, ma giustamente l’inerzia della politica in tema di diritti umani non deve ripercuotersi sul mondo sportivo. A ognuno il suo compito. Quello degli atleti è di dimostrare il valore dell’impegno e portare a casa il risultato. Meno male che il medagliere è anche d’oro in questa umida estate dalle cattive notizie. La crisi giorgiana con l’occupazione di Gori da parte delle forze armate russe, il clima da guerra fredda tra Mosca e Washington che si ripete come nel passato; Bush, che chiede a Mosca di fermare l’escalation di violenza drammatica e brutale, e Putin che non ne vuol sapere Il premier Berlusconi parla con lui dalla Sardegna per convincerlo ad accettare la proposta di ritiro dalla Georgia formulata dal G7. Questa crisi è la più grave tra Russia e Stati Uniti dalla fine della Guerra Fredda ad oggi. Ma questioni più quotidiane ci danno pensiero in un paese del precariato vissuto erroneamente come ormai ineluttabile, mentre è errore e concausa della crisi economica. Capire che l’investimento sul futuro di ogni lavoratore è il motore principale del rilancio di acquisti e produzione è a questo punto fondamentale, perché se pure è vero che nel nostro Paese c’è una percentuale di vendita di telefonini al primo posto in Europa, è altrettanto vero che l’effimero che costa mezzo stipendio da precario gratifica quel tanto che basta per giustificare il fatto che si lavori. Nel tema di solitudine e incomunicabilità caro a Pavese il Lavoro che stanca e l’alienazione sono concetti esistenziali di sofferenza in cui è arduo il compito di capire e aiutare. La diretta conseguenza della crisi al precariato e al precipitarsi del potere di acquisto nella maggioranza degli italiani non è invece un concetto filosofico di difficile comprensione. La globalizzazione degli stipendi ha fatto sì che si globalizzasse la povertà. Invece di avvicinare il terzo mondo a noi, ci stiamo avvicinando noi ai loro livelli di paghe al minimo, ricatti sui posti di lavoro, e quel che è più tragico, all’altissima percentuale di morti nei cantieri. Contro lo stillicidio delle morti bianche le organizzazioni sindacali Fim, Fiom e Uilm dei lavoratori metalmeccanici proclamano scioperi e proteste Di fronte al ripetersi delle tragedie, il presidente della Repubblica Napolitano esorta con forza a mettere in atto azioni concrete al di là delle parole. Ma le notizie si susseguono: carpentieri, vignaioli, metalmeccanici, danno il loro contributo in vite umane a questa società dell’opulenza per settori ristretti che si arricchiscono sempre di più, distanziandosi dal grande mare del disagio che quotidianamente le persone affrontano: rate di mutuo pressoché raddoppiate, vacanze fatte in casa alla Totò, qualche giornata all’Idroscalo o nelle poche spiagge libere rimaste, con la frittata e la bottiglia d’acqua nel portavivande caricato in auto insieme all’ombrellone. Ma va bene così., perché il carovita rende problematica l’incombenza di far la spesa. L’allarme Istat sull’inflazione a luglio la notifica al 4,1%, punta massima dal ’96. Forse possiamo considerare fortunati quelli che hanno i venti euro di benzina per andare dal centro di Roma alle spiagge litoranee, o da Napoli a Licola, perché molti rinunciano anche al pendolarismo vacanziero.
Ci meravigliamo poi se in un’estate così ci sentiamo più vivi se quattro magnifiche ragazze ci regalano emozioni e lezioni di coraggio? Trascrivo dalla Stampa l’articolo di Massimo Gramellini di oggi 12 agosto 2008:
“Prendano nota i catastrofisti, i lagnosi, gli assuefatti al peggio. Ciò che distingue i fuoriclasse dagli atleti normali è che nell’istante in cui stanno per perdere essi estraggono dal cuore la magia che li farà vincere. Ma ciò che distingue anche il meno atletico degli umani da una patata lessa è sempre la capacità di rimontare…”.
Ecco, pubblichiamo come augurio generalizzato al sociale ed al politico-istituzionale queste parole. Si parla in fondo di donne, i miracoli possono accadere. Sì è vero, anche per gli uomini, ma per la parte femminile sarebbe un doppio miracolo dati i presupposti. Francesca Costa scrive su questo Blog a proposito di un qualcosa che sta cambiando nello sport : “(…) La spinta è venuta dal CIO (Comitato Olimpico Internazionale), che ha il suo Gruppo dalla I Conferenza su Donna e Sport a Losanna nel 1996 e che, in Anita De Franz, membro di Giunta, ha trovato un elemento catalizzatore di iniziative a favore delle pari opportunità.. (…). La donna risulta spesso criptata – continua Francesca nel suo testo – all’interno di categorie solitamente riportate “al maschile”, neutro-universale, esattamente come succede alla Storia dalla “esse” maiuscola, che si trova a ricercare l’immagine della donna in categorie funzionali alla storia politica, per definizione maschili. In esse, la donna, se compare, è sempre moglie, o madre o figlia di qualcuno, e la sua immagine è spesso ritratta nelle funzioni che le sono attribuite come tradizionali, nascita, matrimonio, morte”. A questa ricerca è seguito l’invito del CIO ad impiegare entro il 2005 il 20% di donne nei quadri sportivi di tutte le nazioni che ne fanno parte. Lo scopo era che dovunque come in Italia potessero crescere la sensibilità nei confronti della donna sportiva e della sua storia, di conseguenza dei suoi archivi della memoria. Le donne – conclude Francesca – non sono una specie all’interno di un’altra specie, bensì frammento di umanità a cui apparteniamo tutti/e uomini e donne indistintamente.

L’emozione e l’auspicio per nuovi corsi storici in cui si comprenda meglio la forza delle donne ci derivano anche dall’articolo della Stampa:
“Sono contento di essere un connazionale di Valentina Vezzali – scrive Massimo Gramellini – perché ieri mi ha fatto piangere…, e prosegue con lo stresso incipit per Federica Pellegrini e Tai Aguero di cui spiega lo sconquasso emotivo per una madre che le stava morendo in una patria lontana mentre lei era all’Olimpiade.
Trovo significative per i nostri convincimenti in tema di donne queste parole:
“Sono contento di essere un connazionale di Giulia Quintavalle perché ieri mi ha fatto ridere. E’ successo quando la prima judoka italiana a vincere l’oro in un’Olimpiade si è messa a ballare l’inno di Mameli, saltellando sul podio con la medaglia che le sbatteva da una parte all’altra del collo come un pendolo. Fino a metà mattina ignoravo la sua esistenza. Poi l’ho vista dentro un kimono azzurro, contorcersi sul tatami dopo una botta al gomito. Le telecamere avevano inquadrato il gomito e io avevo pensato: questa si ritira. Dopo però le avevano inquadrato gli occhi. Erano di bragia e ho immediatamente cambiato pensiero: questa il gomito piuttosto se lo mangia, ma non scenderà da quel tappeto finché le altre non la buttano fuori a calci. Infatti le ha buttate fuori lei…”
Gli occhi di bragia…Non ho visto quella scena, ma ce l’ho davanti come un film. Gramellini si appassiona e trasmette immagini con parole appropriate; e come dargli torto quando cita Kipling?
“Valentina, Giulia, Federica, Tai. Sono contento di essere un connazionale, maschio, di quattro femmine così. Femmine con dei valori che non sono soltanto quelli quotati (sempre meno) in Borsa. Femmine che non si lamentano e non si rassegnano. E non lamentandosi e non rassegnandosi, indicano a noi, maschi e femmine, la strada. Ricordate la poesia If di Kipling? “Se saprai assistere alla distruzione di ciò per cui hai dato la vita e, chino, ricominciare con i frantumi rimasti. Se saprai forzare il tuo cuore e i tuoi tendini affinché ti servano anche se sono già sfiniti, tuo sarà il mondo e quanto esso contiene. E quel che più conta tu sarai finalmente un uomo”. Ma ieri ho capito che Kipling intendeva dire: “una donna”.

12 agosto 2008, Wanda Montanelli

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