mar 15

Il mondo va a picco come il Titanic, ma gli storditi dal benessere si illudono davvero che esistano le caste protette ad oltranza
Il profumo dei soldi ottenebra anche le menti più acute e all’interno dell’area di sperpero di beni e servizi utilizzati nella vita agiata non si pensa al mondo che c’è là fuori.
Mi viene in ricordo il Titanic e tutti i ricconi che mai avrebbero immaginato che l’isola viaggiante derivata dal super progetto di William Pirrie e Thomas Andrews avesse potuto inabissarsi.
Il Titanic era considerata una nave assolutamente sicura, al punto che fu detto che “neppure Dio avrebbe potuto affondarla”…
Aveva una stazza di 46.328 tonnellate e poteva trasportare 3537 persone. A bordo il lusso era la parola d’ordine, gli alloggi sfarzosi dotati di soggiorno con sala di lettura, palestra; e per il tempo libero piscina coperta, bagno turco, campo di squash.
Adesso, in questo ottuso ignorare le tempeste che agitano i mari su cui poggia l’ordine mondiale, che fanno i ricchi? Come sul Titanic continuano a ballare, pensando erroneamente che loro non saranno travolti dai flutti dell’oceano di povertà e sofferenza in cui sta annegando tanta gente.
Uso l’aggettivo “ricchi”, perché finalmente si può tornare a parlare di ceti sociali senza timore di apparire ancorati al passato, al tempo in cui esistevano i poveri che si distinguevano in maniera chiara ed evidente dai ricchi. Pensavamo ormai superato quel tempo per dei passaggi che hanno portato via via all’uniformazione epidermica, puramente ingannevole nella sostanza, dato che la conquista paritaria di benessere sociale mai si è completata. Dal dopoguerra in poi in Europa si era cambiato modo di vestire e talvolta di vivere. In Francia gli operai avevano iniziato ad andare in giro con la chemise Lacoste mentre in Italia avveniva quell’omologazione dovuta all’avvento della cultura di massa spiegata da un interessante punto di vista di Pier Paolo Pasolini alla fine degli anni ’60.
Secondo Pasolini il livellamento culturale riguardava tutti: popolo e borghesia, operai e sottoproletari. Il contesto sociale si uniformava attraverso lo strumento televisivo, visto che il Potere voleva (come vuole) che si parli e si agisca in un dato modo. Non c’è parola che un operaio pronunzi in un intervento – scriveva Pasolini – che non sia “voluta” dall’alto. Ciò che resta originario nell’operaio è ciò che non è verbale: per esempio la sua fisicità, la sua voce, il suo corpo; pertanto unificare i linguaggi alla media televisiva significa controllarli all’interno di un unico mondo-lingua, fatto di espressioni e slang comuni modellanti una nuova coscienza di classe “televisiva”, una super-classe che abbatte le classi tradizionali in un superamento delle differenze, tuttavia fittizio e virtuale.
Se un tempo l’operaio vestiva con la tuta e si esprimeva con un suo linguaggio, oggi che questa differenza si è persa risulta perdente anche la forza di classe. Per i salariati il vestito conformante è una conquista falsa e mai come in questo caso si può dire che “l’abito non fa il monaco”, perché il tutto è dovuto al medium di massa incontenibile e tracotante, che forgia, omogeneizza, appiana le differenze sia linguistiche che comportamentali, sia intellettuali che di classe. Secondo Pasolini non c’è niente di più feroce della banalissima televisione La mediazione che diventa un Tutto e tutto canalizza in direttive comportamentali che si innestano nell’uomo mutandolo e ammansendolo.
La distinzione tra ricchi e poveri, non è qui indicata per incoraggiare un’avversione di classe ma per capire.
Secondo il rapporto Eurispes 2009 gli italiani che possono contare su un capitale superiore ad un milione passano nel giro di tre anni a un incremento del 98%, e nel 2010 saranno 712 i paperoni storditi dall’opulenza e come sul Titanic frastornati al suono dei violini. Da noi come altrove le categorie dei marpioni a qualunque titolo e ruolo in quanto referenti dell’attuale disordine mondiale vivono la distrazione musicale e ballando ignorano gli richiami all’ordine.
Parimenti sull’inaffondabile transatlantico fin troppi furono i messaggi ignorati. Era, ricordiamo, il 14 aprile 1912, e alle 13.30 la nave a vapore Baltic avvisò il capitano del Titanic che a 400Km di distanza dalla loro rotta era presente del ghiaccio. Il messaggio fu preso sottogamba. Alle 13.45 arrivò un secondo comunicato da parte del batiscafo Amerika, ma non giunse mai al ponte di comando. Un terzo avvertimento da parte del Californian che sostava bloccato tra i ghiacci segnalava la presenza di grossi pezzi di ghiaccio nella rotta del Titanic, però l’operatore radio del Californian fu zittito perché in quel momento il marconista del Titanic, stava inviando i messaggi personali dei passeggeri. Alle 23.40 le vedette avvistarono un iceberg praticamente davanti alla nave e il resto lo sapete. Qui mi viene in mente l’arguto aneddoto che raccontava Nino Manfredi sul canotto inviato tre volte dal santo protettore al suo protetto che era così convinto di essere unto dal Signore da pretendere di passare al guado le acque alte di un torrente. Tanto erroneamente convinto da soccombere e poi deplorare il mancato soccorso una volta giunto in Paradiso. I tre canotti in aiuto non erano stati presi in considerazione, né era stata avvertita l’imminenza del pericolo. Forse la sopravvalutazione di sé implica anche il diritto di scelta del come salvarsi? Non è così, occorre stare attenti anche quando i problemi sono fuori dall’immediata circostanza, ed è curioso constatare, tornando al Titanic, come “i messaggi personali dei passeggeri” contavano più di ogni altra cosa. L’errore di poter credere di aver acquistato con i soldi l’incolumità, e quindi l’intangibilità del proprio benessere dalle incidenze esterne, in quel caso l’iceberg, è stato fatale..
Ma noi abbiamo ancora qualche speranza.
Wanda Montanelli
( to be continued…)

dic 21

Anche le api nel loro piccolo si sono rotte… Brutto segno!

Dire “piccolo” è un azzardo. Il piccolo per le api non esiste. Faccio un uso spigliato del sottotitolo, e mi pento già mentre scivolo su mezzi spiccioli di comunicazione per attenuare la gravità dell’argomento e rendere facile la lettura.
Le api sono grandiose.
La questione “immorale” ci lascia afflitti. Dalla Campania all’Abruzzo, dalla Toscana alla Calabria, alla Basilicata, assistiamo a nuove tangentopoli nelle nostre esasperate esistenze e ci domandiamo se c’è un legame tra le mazzette di tangentopoli vecchie e nuove e la moria di api. Il nesso è nel lasciare il mondo affidato a energumeni brutali e moralmente guasti.
La sensibilità manca, l’equilibrio e il rispetto sono assenti. Persiste invece – di tali insaziabili incettatori – il procedere come pachidermi su cristalli di Boemia calpestando tutto, distruggendo e dissipando pezzi di esistenza dell’umanità per soddisfare l’egoismo delle vite arroganti che raccolgono benefici momentanei senza dare nulla al futuro di tutti.
Gravemente minacciate dalle onde elettromagnetiche dei nostri cellulari le api rifiutano di rientrare negli alveari se nei paraggi vengono piazzati ripetitori o congegni elettromagnetici.
L’informazione data da alcuni studiosi tedeschi dell’Università di Landau spiega che il loro sistema di navigazione è sconvolto al punto che non riescono più a trovare la strada per le arnie.
Chi era a dire : “Se le api dovessero scomparire, al genere umano resterebbero cinque anni di vita?” Einstein?. Vediamo i dati. L’APAT (Agenzia Per la protezione dell’Ambiente e i servizi Tecnici) informa che nel solo 2007 il numero delle api in Italia si è dimezzato. In Europa c’è una perdita tra il 30 e il 50% , e negli Stati Uniti nel fenomeno da spopolamento detto Ccd (Colony collapse disorder) si arriva fino al 60-70%. Concorrono alla sparizione delle api l’inquinamento atmosferico, gli insetticidi, la scarsità d’acqua, i cambiamenti climatici, l’elettromagnetismo e gli ogm.
I devastatori, gli scellerati che a tutto questo non hanno badato nella corsa all’accaparramento di potere e denaro sono ancora nella fase del doverci pensare e capire se è vero che bisogna correre ai ripari prima che inizi l’era disgraziata in cui una dopo l’altra le calamità siano irreparabili.
All’estero come da noi non pare che ancora si sia presa coscienza del dover decidersi – e di corsa – di cambiare registro. In Italia, nei programmi dei due poli non si vede un progetto di moralizzazione di ambiente e politica. E’ altro quello di cui sembrano preoccuparsi i leader dei partiti da destra a manca. Dichiarazioni e chiacchiere sul potere, giochi di correnti, esame sulla questione morale vista come possibilità di trovare un capro espiatorio e andare avanti alla stessa maniera. E mentre discutono la nave va a picco come sul Titanic nell’ultima suonata dell’orchestra.
Il segnale è brutto. Le api sparite sono un punto di quasi non ritorno e il mondo naturale ridotto così male si arrenderà prima o poi all’autodistruzione in cui ci stiamo accanendo.
Cosa può farci tornare la speranza se non un vero cambiamento? Una trasformazione da imporre come dovere improcrastinabile a soggetti nuovi, che si attivino a comporre gli scomposti, disintossicare i contaminati, sanare intere aree malsane. Sistemi e progetti che agiscano come i minuscoli sensori (nanonasi) trovati dagli scienziati del Massachusetts Institute of Technology (Mit), e descritti sulla rivista Nature Nanotechnology. Sono nanotubi di carbonio che una volta entrati nella cellula vivente avvolgono il Dna e si legano ad agenti che danneggiano il materiale genetico. Cambiano il colore della luce emessa dalla tossina presente nella cellula e assicurano che i farmaci stiano combattendo il tumore distruggendo il dna malvagio. La loro funzione è di “segnalazione” visiva dell’elemento nocivo e di “riparazione”.
Affidandosi alla scienza e sapendo esattamente che cosa l’intelligenza umana può dare o togliere ci si libera da chi nuoce? Certamente sì se la scienza è applicata con metodo e appresa nelle prerogative di ogni campo influente nell’esistenza umana, tra cui la “scienza politica” vista come premessa ai piani decisionali dei programmi governativi. Ma al metodo scientifico di trasformazione o riparazione del mondo va sommato il sistema delle conoscenze, fattori culturali che devono precorrere le decisioni e dare buoni livelli di informazione in corso d’opera. Ciò a dire che le decisioni che incidono nella vita di ognuno non devono cadere dall’alto, né passare lontane e sconosciute.
La Comunicazione strettamente connessa a risultati di consenso è ormai presente nelle progettualità della politica, dell’economia, e dell’imprenditoria, fino al punto di accettare ormai di avere ragione o torto a seconda di come l’informazione è presentata al pubblico.
Ben sa di questa importanza il giornalista che ha lanciato le sue scarpe al Presidente Bush e per farlo ha cercato il momento il cui, per rischiando la sua incolumità personale, sapeva che avrebbe avuto ragione del suo gesto. Perché il mondo lo guardava.
Il balzo del Presidente per evitare le scarpe è considerata un’eccellente performance da cowboy e George W. Bush ironizzando ha affermato di aver visto solo “un bel paio di 44″. Ha detto poi ai giornalisti – spostandosi sull’”Airforce one”da Bagdad a Kabul per andare dal presidente Hamid Karzai – di non aver capito nulla di quel che urlava lo scatenato Muntazer al Zaiti.
Il giornalista di Al Baghdadia (tv satellitare di opposizione del Cairo) ha oggi un braccio rotto, le costole fratturate, e lesioni a un occhio. Il fratello Dourgham ha dichiarato che Muntazer è rinchiuso in una cella di massima sicurezza all’interno della cosiddetta Zona Verde, il complesso super-fortificato del quartier generale della coalizione multinazionale guidata dagli Usa e dal governo iracheno. Il reporter sciita è però diventato un eroe non solo degli iracheni, ma di tutto il mondo arabo. In Libia la figlia di Gheddafi gli ha promesso un premio e i giornalisti tunisini hanno chiesto la sua immediata liberazione.
Ma torniamo in Italia e guardiamo a noi. La politica appassiona di meno. Gli astenuti aumentano e la gente ormai non distingue tra destra e sinistra sopraffatta dalla nausea di queste nuove ruberie: Il petrolio lucano con danni ai cittadini e all’ambiente, gli appalti nel comune di Napoli, gli arresti di Pescara. E la punta dell’ Iceberg che emerge lascia intuire che cosa c’è sott’acqua di enormemente corrotto e diffuso.
Che fare? Dove trovare pulizia morale e sana politica?
Una domanda emerge naturale. Quante donne sono implicate in questa corruzione? Tra i nomi di assessori indagati, amministratori con le mani in pasta, o capibastone infiltrati nelle fila dei partiti, di donne non se ne vede l’ombra. Bella scoperta si potrebbe obiettare. Non avendo il potere – le donne – non possono rubare. Eppure qualche donna in posti strategici c’é. Non affiora mai il nome di una donna nelle storie di tangenti e corruzione. Né nella prima, né in quest’ultima tangentopoli.
Che pensare? Ha ragione Andrew Samuels? Lo spirito di empatia delle donne salverà il mondo? O invece il Potere sarà sempre nei pugni chiusi di uomini accentratori? “Difficile non vederlo come una creazione dell’élite maschile, che trova il massimo piacere nel gestirlo e soprattutto nell’usurparlo..” scrive Mino Vianello – riguardo al potere – sul libro elaborato con Elena Caramazza “Genere Spazio Potere, Verso una società post-maschilista”.
Quando avremo la forza e la volontà di cacciare i corrotti a pedate? Non scarpe, non bombe, non tranelli. Ma come i nanonasi indicatori di cellule dovremmo entrare nei nuclei del sistema politico, istituzionale, economico e “lanciare segnali di allarme” per mandare via le unità nocive del sistema sociale corrotto.
Il tabù è duro da vincere. La partecipazione delle donne alla politica è vista come un’anomalia da combattere. Questione di paura? Convinzione che certi giochi di profitto con noi non funzionano? Complesso di colpa? Cosa? Cosa è che fa ergere mura altissime contro le donne?
Non solo dal mondo del potere politico. Non soltanto. Il complesso meccanismo della comunicazione – che avrebbe una missione di partecipazione sociale da svolgere – ha rinunciato alla funzione di grimaldello delle casseforti in cui è chiuso il potere fine a se stesso. Quasi fosse un tabù non se ne parla, anche quando argomenti sul tappeto ce se sarebbero molti per affrontare il problema dal punto di vista politico, sociale, morale, antropologico. L’occasione più volte offerta da una causa civile in corso (unica nel suo genere) che si appella al giudice per discriminazione femminile supportata da centinaia di documenti, 9 tomi e 170 testimoni – tra cui diversi parlamentari indicati come persone a conoscenza dei fatti – non viene accolta e indagata. Quasi vi fosse un divieto tacito o un freno culturale non viene analizzato dai nessuno dei Talk-show o programmi di analisi politica. Si potrebbe parlare dell’annoso problema dei rimborsi elettorali, che – documenti alla mano – non tornano nella quadratura del bilancio delle azioni positive per promuovere la partecipazione attiva delle donne alla politica. Si potrebbero approfondire questo ed altri aspetti. Ma nessuno si impegna. Questione di paura di toccare un argomento tabù? Chi ha paura di che cosa? Di chi? Vogliamo essere generosi e credere si tratti di un fattore culturale… Però se anche il Dalai Lama ha superato il divieto sacrale nei confronti delle donne cosa si attende? Che un grande fratello dia il beneplacito?
Il Dalai Lama dice – in risposta a una domanda fatta da Vanity Fair – perché no? “Se la forma femminile sarà più utile, il Dalai Lama sarà donna”. Pourquoi pas? dicono i francesi per dire sì. Il XIV Dalai Lama, l’Oceano di Saggezza, ha capito quale è l’aria che si respirerà nel futuro è ha detto Perché no? L’eremita delle montagne innevate del Tibet non ha chiuso fuori le donne. Dichiara che la reincarnazione femminile è la più alta perché in questo mondo di orrori e prevaricazioni, potrebbe essere più utile che parole di tolleranza e di pace, sgorgassero dalla bocca di una donna.

Si avverte il desiderio di rinascita spirituale, di affrancamento dal un rozzo materialismo attraverso una rivoluzione risoluta e dolce. Ferma e consapevole di dover dire tanti no e somministrare la medicina amara della cura radicale. Ma perché avvenga i mezzi di comunicazione di massa devono incominciare a fare con convinzione la parte loro. Solo pochi fino ad oggi hanno dato ascolto alle lotte contro la discriminazione agite anche attraverso lo sciopero della fame, oltre che con la chiamata in giudizio di Antonio Di Pietro. Ringraziamo tutti – a partire dalla stampa estera e spagnola in special modo – le agenzie e i quotidiani che si fa presto a trovare perché sono in questo blog. Ringraziamo tutti i blog e siti che ci hanno dato spazio e che digitando su Google il nome di chi scrive si leggono ancora, tranne quelli censurati dalla presidenza del partito in questione.
Segnaliamo uno spiraglio di intelligenza politica. Di due giorni fa l’articolo di Liberazione scritto da Antonella Marrone “DISCRIMINARE LE DONNE E’ UNA QUESTIONE MORALE O NO?” dove, cogliendo un lancio di agenzia Agi, si suggerisce di mettere in primo piano la “Questione femminile” dato che la immoralità diffusa non porta nomi di donne.
Vogliamo parlarne tutti insieme appassionatamente?
Io non ho paura.
21 dicembre 2008                            Wanda Montanelli

ott 13

 .

In Sudamerica inventano il marito a tempo per i lavori di casa.
In Italia sbirciamo le vite coniugali dei Vip.
Stanno cambiando gli stili di vita delle nostre famiglie?

I mariti manutentori sono scomparsi?
Le donne singole o le mogli di mariti moderni avvezzi al computer o impegnati in palestra come faranno?
Se il mondo globalizzato può darci una risposta prendiamo esempio da Buenos Aires dove, nel quartiere di Recoleta è nata la ditta “Affittasi Marito’” che interviene per ammodernare impianti elettrici, sistemare porte che cigolano o cambiari vetri rotti delle finestre. Finalità da non confondere con quelle del film di Ilaria Borrelli “Mariti in affitto”, prodotto da Cristaldi nel 2004. In questo caso il lungometraggio tratta di avventure che si svolgono tra Procida e New York, in un triangolo amoroso impersonato da Maria Grazia Cucinotta. Brooke Shields, Pier Francesco Favino.

C’è invece un vero e proprio slogan nella pagina web della fantasiosa impresa che ha raggiunto negli ultimi anni l’apice del successo: “Stufa che tuo marito lasci in sospeso la manutenzione della casa? E tu, sei stanco che tua moglie ti chieda mille lavoretti al giorno? Ora puoi smettere di litigare”. Fondata da Daniel Alonso, un tecnico elettronico che sa fare un po’ di tutto la ditta nacque quando la moglie di Daniel disse alle amiche che chiedevano in prestito il marito per piccoli lavoretti: “Non te lo presto, te lo affitto”.
Oggi l’impresa conta oltre 2.000 clienti registrate e i lavoro è svolto con serietà anche se si presta a qualche ambiguità con richieste di taxy-boy o altri tipi di funzioni. La moglie però è in ditta e monitora ottimamente la situazione.
L’istituto della delega, risulta perfetto per compiti prettamente pratici e materiali, non è accettabile invece quando a entrare in gioco sono i ruoli familiari e le affettività. Se si sente dire spesso di crisi di padri un po’ messi in disparte nei diritti-doveri verso i figli, è utile sapere di sostegni che possono derivare da associazioni, e organizzazioni come l’”Istituto studi sulla paternità” fondato ormai 20 anni fa. Maurizio Quilici lo ha avviato per “promuovere lo studio della paternità” sotto l’aspetto psicologico, pedagogico, sociale, biologico, storico, giuridico. Oggi l’Isp ha oltre 300 soci tra cui un 30% di donne, e si propone di tutelare e valorizzare funzioni e ruoli paterni nella società e far crescere una nuova sensibilità sociale. Ma anche tante associazioni di Papà separati hanno scopi similari con più o meno successo.
Ruoli in famiglia di padri, di madri, di mariti. Fondanti l’istituto della famiglia, così importanti e poco aiutati nella fatica del vivere. Se ne parla poco, e le storie di quotidiana difficoltà non sono materia da Talk Show, né trama di film. Le emozioni, gli incontri, gli investimenti fatti per mettere in cantiere una famiglia. I mutui presentati come grandi opportunità per i “forzati all’acquisto” italiani che privi di alcuna possibilità di trovare casa in affitto hanno fatti salti mortali per prenotare case e sobbarcarsi mutui con allettanti tassi variabili che oggi sono amarissime realtà che inglobano interi stipendi.
Se ne sa poco. Eppure andrebbero realizzati film e documentari su questa che è una recessione storica. Si dovrebbe indagare come queste sofferenze economiche incidono nei rapporti, sono causa di liti e separazioni, producono depressioni e scoramenti, bisticci e disperazione.
Ma non fanno notizia. O almeno così si ritiene, e nessun editore commissiona un’ “Indagine all’interno della famiglia in crisi”.
Sono più appetibili racconti di famiglie famose, mariti celebri, meglio se attori o uomini politici. La gente comune non fa storia, non fa notizia. Ancora per poco, credo e spero.
Il senatore Franco Marini che racconta di aver spalato la neve per rendersi gradito alla famiglia della futura moglie, o l’eleganza dell’onorevole Bertinotti dovuta alla di lui consorte, nota per la gelosia nei sui confronti, oltre che per il gusto nella scelta delle cravatte. Pier Ferdinando Casini, che alla nascita di Caterina volle rimanere in sala parto con (l’allora compagna, oggi moglie) Azzurra Caltagirone. Sono queste le cose che piacciono. Raccolte in un famoso libro di Bruno Vespa “L’amore e il potere”, danno il senso del legame con chi si trova in un mondo diverso dagli amici della porta accanto. Permettono di entrare in casa d’altri, case prestigiose ed eleganti, magari per accorgersi che poi gli uomini si assomigliano sia che si chiamino Rutelli o Fassino e franano miseramente in cucina anche nel semplice compito di preparare due uova al tegamino.
I ricordi gli aneddoti, gli episodi curiosi rammentati da mogli celebri come Azzurra Caltagirone Casini, Luisa D’orazi Marini, Lella Fagno Bertinotti, Barbara Palombelli Rutelli, Anna Serafini Fassino, Mariapia Tavazzani Forlani. Una platea rosa cui si aggiungono arguti racconti del senatore
Giulio Andreotti, o quelli di Amintore Fanfani, che quando rientrava a casa dal lavoro arrabbiato si sfogava dipingendo.
Ci sarebbe da chiedersi cosa è cambiato in questi sessant’anni democrazia, e valutare quanti passi avanti abbiamo fatto – se ne abbiamo fatti – o se in relazione a questioni di diritti: al lavoro, alla salute, alle pari opportunità, all’istruzione, all’ambiente, abbiamo attuato un lento procedere di gamberi per non aver ben compreso portata e pericolosità di questi fenomeni.

Wanda Montanelli, 13 ottobre 2008

giu 20

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Una truppa. Una sorta di plotone di pace, armato di civili proteste, diritti disattesi, e articoli costituzionali sospesi tra la solennità della Carta e la penuria di concretezza giuridica con cui vengono applicati. Ecco chi siamo.
Informati, preparati, per niente al mondo avvezzi al concetto della sottomissione.
Qualsiasi potere può essere sfidato, se è esercitato nella iniquità, nella ingiustizia. E’ questo che Wanda Montanelli ci ha insegnato in tutto questo tempo in cui – chi più, chi meno – l’abbiamo seguita e sostenuta. Lei, come una contemporanea Ulisse in elegante tailleur e un bel taglio biondo e vaporoso, ci ha indicato la via più complessa (ma in qualche modo l’unica) per ritornare a una Itaca/Italia che ci assomigli un po’ di più. Lei, come il grande omerico eroe, ha saputo tirare fuori dal cilindro del proprio lungimirante ingegno una soluzione definitiva ad una guerra di Troia non ancora in realtà troppo pubblicizzata: un cavallo, dentro cui albergare pieni di speranza e aspettative.
Una causa civile.
Presso il tribunale di Milano.
Contro Antonio Di Pietro.
Prima udienza 11 giugno 2008.
Niente di meglio (o di peggio, a seconda dei punti di vista) per poter battagliare colui che con ferrea risolutezza, ha tralasciato i valori sulle cui solide fondamenta ha tuttavia costruito il proprio destino e le proprie fortune politiche.

Un cavallo di giustizia, che è poi il cavallo di battaglia per tutti quelli che credono ad una “Italia dei Valori” che di questa definizione non ne detenga solo l’epiteto.

Un cavallo, dentro cui Wanda, e noi – striscioni e cartelloni alla mano, inneggianti alla giustizia, alla equità tra i sessi, alla parità tra i generi e richiamando ad una più naturale democraticità di un sistema politico/istituzionale ancora troppo distante dalle formali trascrizioni costituzionali – non ci siamo nascosti. Alla luce del sole, siamo qui a chiedere, a pretendere. A esigere che giustizia sia fatta.

Uno schiaffo alla omertà, ai pusillanimi giochi di potere, ai poltronismi beceri, ai nepotismi, e alla indifferenza con cui l’esigenza di una vera rappresentatività femminile in politica viene strozzata nelle gole a suon di spalle voltate, e di dimostrazioni di forza.

Ma la forza si manifesta in varie forme.
Non è illudendoci che si cambiano i venti, ma neppure mollando la presa. E allora saremo ovunque ci sia spazio per lottare con le munizioni che la giustizia ci offre.

Come a Milano Indosseremo ancora le magliette pro www.ComitatoperWandaMontanelli.com e sventoleremo striscioni, volantini, e cartelloni in tutti gli angoli e in tutte le occasioni dove ci verrà concesso. E parleremo, alla gente che cammina per la strada, nei mercati, nelle boutique.
Chiederemo a tutti quello che incontreremo, di salire con noi sul cavallo di Wanda.
Perché è un cavallo vincente.
Ricordandoci che, non potrà mai esistere da nessuna parte altra speranza diversa da quella di un futuro – prossimo – diverso da quanto sancisce la più alta fonte di regolamentazione della giustizia nel nostro Paese.
Non chiacchiere. Ma fatti.
Milano. Città frenetica, città incupita in un clima denso di un timido inizio d’estate, tra giacche e cravatte sventolate di uomini d’affari affannati in una corsa in bicicletta, in pieno centro, e donne armate da tacchi lunghi e emancipazioni ancora troppo emaciate.
Il tribunale. Ricordiamo:
COSTITUZIONE ITALIANA.
Art. 3.
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Unitevi a noi. Comitato per Wanda Montanelli

giu 7

Non ci posso far niente, mi si rizzano i capelli sulla testa a sentir parlare di quote. Non che ci sia nulla di scandaloso. Alcuni le considerano il male minore, nel senso di “meglio le quote che nulla” e pensano che siano un mezzo per aiutare le donne ad entrare nelle stanze dei bottoni.
Mi viene da sorridere pensando a questa frase, perché già dieci anni fa un nostro anziano associato del circolo di Ostia-Casalpalocco, il signor Catello, venendo a trovarmi in sede nazionale in via del Corso mi diceva con compiacimento: “Ho piacere, che lei dottoressa è arrivata nella stanza dei bottoni”.
Invece i bottoni non solo non li ho mai maneggiati, ma nemmeno li mai li ho visti. Lui pensava di sì, per il fatto che li convocavo in centro per parlare anche di questioni del circolo, e così conciliavo l’utile con il dilettevole, e mandavo avanti la rete di donne nazionale e i comunicati stampa.

Leggo tra i commenti di oggi qui sul blog che Hillary Clinton non ce l’ha fatta e che se non ci è riuscita lei in America, da noi è desolante pensare che dovremo aspettare intorno a centocinquanta anni per avere la parità.
Non lo so. Vedremo se è vero che per così lungo tempo non sapremo prenderci quello che ci spetta.
In effetti io stessa non ho preso, non ho chiesto, non ho preteso.. Davo tutto per scontato. Poi mi sono accorta che nulla è scontato, neanche i diritti costituzionalmente garantiti, e allora è iniziato il mio disagio, soprattutto per il fatto che i conti non mi tornavano perché se il mio compito era quello di promuovere le pari opportunità che cosa mi stavano facendo fare? Sono un lavoro di vetrina? Solo chiacchiere e distintivo?

Il cinema, con le citazioni, mi torna in mente nei momenti seri per sdrammatizzare. Talvolta con persone a me vicine evitiamo interi discorsi e trasmettiamo i nostri pensieri per battute e titoli di film e commedie.
Gli esami non finiscono mai per esempio è la citazione eduardiana che contraddistingue noi donne in politica, altro che quote. Sempre verifiche nuove, e rimetterci in gioco, e sostenere prove su prove, a dare il meglio di noi stesse. Poi vederci sorpassare da chi sta nelle quote.
Quali?
Le reiterate, inamovibili, durature “Quote celesti”.
Non è forse vero che esistono quote di potere, sedie nelle stanze dei bottoni, poltrone di comando, e luoghi delle decisioni di immutabile colore celeste ?
Sì celeste. Quote celesti in Parlamento, al Governo, nelle Commissioni, nei Consigli di Amministrazione, nelle direzioni generali di Enti, e dappertutto. Quote di colore celeste. E allora perché dovremmo noi avere la balzana idea di chiedere quote rosa? Per confermare le quote celesti?
No, no! Le quote mi fanno venire i capelli dritti. Quelle rosa poi perché? Per dare ai “quotati” celesti l’alibi di usare le quote rosa per sistemare donne di loro scelta?
Non sarà troppo?
Il 70-80% sono quote celesti, il restante diventa “quotarosa-in-quotaceleste“. E le persone che camminano con le proprie gambe e ragionano con la propria testa di che colore sono?

Davvero. Scusate se mi irrito, ma è più forte di me. Vorrei sentire solo frasi del tipo:
Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza…Tutti.. hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione…
Sono frasi semplici della nostra Costituzione. Significano che a parità di merito, donne o uomini che siano, devono potersi fare avanti senza trovare ostacoli al loro progresso. Chiaro no? I colori non c’entrano. C’entrano l’onestà e la correttezza contrapposte all’ingordigia e alla prepotenza.
Per questo ho dato inizio ad una causa. E mercoledì vi invito a Milano.
Senza colori. Donne e uomini con l’onestà intellettuale di ritenersi pari davanti alla legge e a Dio.
Wanda Montanelli

mag 30

Questa è la storia di Annarita, una donna impegnata da molti anni nell’Italia dei Valori, identica nella sostanza a tante altre nel vasto territorio italiano in cui donne e uomini si sono messe in azione cedendo all’attrazione politica del progetto di cambiamento di Antonio Di Pietro.
La lettera di dimissioni di Annarita da Idv ha tratti interessanti che con pochi cenni riferiscono più di mille righe scritte talvolta senza costrutto. Lei scrive: “Sono entrata nell’Italia dei Valori affascinata dall’entusiasmo di mio marito nei confronti dell’allora movimento dell’On. Di Pietro”.

Donna energica e con le idee chiare Annarita ha compiuto nel tempo, e fino ad oggi, un lavoro di costruzione politica sul territorio del Lazio mettendo in piedi una postazione Idv da cui accrescere i consensi al partito e realizzare un’ eccellente attività di servizi alla cittadinanza.
E’ capace Annarita; in grado di passare dal pensiero all’azione con fulminea velocità. Una perla per chiunque abbia un po’ di intelligenza politica e lungimiranza, ma non per chi ha sindromi da cuculo come taluni personaggi che abbiamo avuto la sfortuna di incontrare nella nostra vita.
Non vi posso raccontare tutto perché l’impegno di anni non si narra in poche righe, vi assicuro pertanto che Annarita ha reso moltissimo al nostro partito. Il suo contatto con me è iniziato quando, anni fa, le fu data dal Sindaco della sua città la delega alle pari opportunità. Lei si è riferì a me affinché da responsabile nazionale del Dipartimento dessi un’occhiata al suo progetto. Devo dire che non c’è stato bisogno di aggiungere nulla ai documenti programmatici che aveva preparato e il lavoro sulle pari opportunità partì subito. Ma un altro compito, ancora più gravoso e importante è stato realizzato da Annarita, ed è quello inerente la delega per la lotta all’Usura.
Coordinando ben cinque comuni lei realizzò lo “Sportello Intercomunale Antiusura della Provincia di Roma”; e poi, visto il successo riscontrato e i risultati tangibili, nel gennaio 2006 ha inaugurato il “Secondo Polo Territoriale delle Sportello Antiusura della Provincia di Roma”.
Oltre a questo Annarita di cose ne ha fatte molte. Ha gestito una campagna di solidarietà, organizzata a Roma dalla Caritas Diocesana come Responsabile dello Sportello e componente del Consiglio direttivo, e in questa funzione ha erogato alle famiglie bisognose ed piccole imprese, molte centinaia di migliaia di euro.
Sul tema della lotta all’usura ha partecipato ad incontri ed eventi e presentato relazioni pubblicate dal Ministero dell’Interno-Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione.
Tutto questo in nome e per conto di Italia dei Valori.
Che altro?Vogliamo parlare della sede Idv di zona che con grossi sacrifici personali Annarita ha aperto insieme al marito, entusiasta fautore delle politica dipietrista?
Qui si aprirebbe un capitolo a valanga, con sedi, tante sedi, dalle alpi alle Piramidi. Sezioni di partito auto-finanziate dagli stessi attivisti per anni ed anni.
Lasciamo perdere… l’argomento è impegnativo.
Che parli chi è dentro tali situazioni… Vado al sodo, perché la faccenda che mi preme è l’uso strumentale delle donne e delle nostre lotte per le pari opportunità. Avviene questo nella sindrome da cuculo. Poiché la razza di uccelli in habitat naturale non è gradita al prepotente di turno, un giorno si mettono in cova elementi estranei.
O come scrive Gianluca Perini dalle Marche “si inseriscono virus estranei in cellule sane…”* .
Ma allora la faccenda riguarda uomini e donne?

Chiudo per dire che per Annarita è stato posto il veto riguardo ad un possibile assessorato, che la stessa è stata umiliata con frasi dimostranti quanto poco il lavoro sul territorio e sui bisogni della cittadinanza sia apprezzato. E dulcis in fundo è arrivata l’amica di un nostro parlamentare, una certa
C. M che ha scavalcato, con l’incarico politico che le è stato assegnato, la nostra intrepida referente di zona alla quale è stato detto tout-court che dovrà prendere “disposizioni” da questa C.M., ultima arrivata e amica del potente Idv di turno (…si fa per dire tutto è relativo..) .
Ed Annarita, impegnata da tanti anni a costo enormi di sacrifici personali, ha ritenuto che non le resta altro da fare che dimettersi.

Allora io mi domando…”la lotta per le pari opportunità, gli appelli per le leggi paritarie, le istanze a Ciampi e a Napolitano, i presidi davanti al Parlamento, i convegni, le tavole rotonde i dibattiti, il triplo salto mortale per conciliare famiglia-lavoro- politica, i refendum, i tavolini per raccolta firme per i candidati, le assemblee permanenti, i verbali, il volantinaggio, insomma l’impegno l’investimento emotivo, l’idealità, l’esborso economico.. tutto questo è finalizzato a che cosa…?
Ah, sì…a fare spazio a tutti coloro quali arrivano sul carro in corsa, diventano assessori, parlamentari, sottosegretari, consiglieri, e occupano ogni posto occupabile (tutti tranne che quelli di manovalanza). Poi gli stessi hanno di solito due modalità comportamentali:

a) decidono dopo poco “Idv no-bbuona” e se ne vanno (nel Gruppo misto, da Berlusconi, ovunque d tiri vento favorevole. “Dove va la barca va baciccia” – ricordate lo sketc di Gilberto Govi? )

b) Restano e meditano come fare ancora danno.

Dopo questo andirivieni, chi da decenni osserva lo scenario magari pensa..”Quando tutti saranno sistemati finirà l’occupazione..” Invece no. Non è così! C’è la seconda tornata, quella delle amiche! Ecco in che consistono le Pari Opportunità per certi soggetti senza imbarazzi.
Una volta sistemati loro diventa doveroso trovare una collocazione “paritaria” per le amiche, le fidanzate, le figlie del preside della scuola di quando erano piccoli, la nipote dello zio a cui devono un favore, tutte e tutti, fuorché la gente che se lo merita, come Annarita.
Il primo passo è la sostituzione. Sostituzioni di donne referenti ne avvengono in ogni luogo: dalle isole al centro, da nord a sud, dal Manzanarre al Reno.
Alle donne in gamba vien detto di farsi da parte perché in virtù delle lotte per i diritti delle donne, si collocano persone che pur di genere femminile, non contribuiranno al raggiungimento dei diritti paritari poiché non sono altro che propaggini di uomini con l’abitudine a prevaricare sugli altri.
La cosa che mi dispiace di più è che ci siano donne che si prestano a questo gioco infame. Nulla contro di loro quando sono strumenti inconsapevoli di astuti volponi della politica (attenzione ho scritto astuti non intelligenti perché l’intelligenza politica è un’altra cosa).
Annarita scrive di non aver nulla di personale contro la nuova arrivata C. M. Solo vorrebbe, come logico che sia, che chi arriva all’ultimo minuto si metta in coda.
Queste e altre sono le discriminazioni subite da Annarita e profonda amarezza si riscontra in una frase della sua dettagliata lettera di dimissioni: ” Non è un comportamento che ci si aspetta dal Segretario Regionale, né da un vecchio amico, né da un Senatore: non è giusto, non è leale, non è accettabile, non è corretto, né sul piano umano né su quello politico”.
Sono dispiaciuta e amareggiata anch’io per questa ennesima percossa verso una persona di valore che merita considerazione e rispetto..
La consolazione è nell’attestazione di stima che il Sindaco ha dato ad Annarita, rispondendole che non accetta le sue dimissioni e che le lascia le deleghe perché in lei ha fiducia a prescindere dal partito dal quale si è dimessa. Non male, no?

Ecco. Sono storie di donne, uomini e soggetti invadenti e irrispettosi.
In tante/i e tanti mi scrivete. Annarita mi ha dato il consenso di pubblicare la sua vicenda.
Dovremmo fare la conta di quante uova di cuculo sono in cova..

Roma 29 maggio 2007 Wanda Montanelli

* “Quest’ uomo è come un virus, s’introduce nel partito “ospite” poi si replica inserendo con ogni mezzo i suoi uomini in più posti possibile, distrugge le cellule buone, i tuoi coordinatori di ogni livello, finché l’ospite schioppa ed il partito muore. Allora, da bravo virus, aspetta qualcun altro e poi ci si attacca..” (dal blog di Di Pietro: Postato da: Gianluca Perini | 16.05.08 14:59)

mar 11


LE DONNE SI ALZANO

 

COME DA SOTTO UNA SCHIACCIASASSI

 

Escono da sotto la schiacciasassi. Emergono, si riparano e recuperano l’interezza. Le donne sono più forti di ogni prepotenza, di ogni volontà di sottometterle a logiche grossolane di politica spicciola e volontà di mostrare i muscoli con un machismo ormai desueto ma ancora imperante nella mentalità atrofizzata e ancorata al passato.

Chi non è mai uscito dal guscio delle chiuse mentalità del potere fine a se stesso; dimostrato e spasmodicamente cercato generando poltiglia nel circostante, non può comprendere il decoro dell’assolvimento del dovere di chi non sottostà al peso della forza esibita.

Non c’è modo di vincere contro chi è convinto di fare i percorsi giusti nell’onestà intellettuale delle decisioni e nelle prerogative di politica alta, basate su ipotesi di qualità migliori dell’esistenza di ognuno e su rispetto di leggi e codici utili alla convivenza civile. Non c’è modo di sottomettere donne convinte della loro dignità talvolta calpestata, ma non annullata, anzi rinforzata spesso da colpi e frustrazioni.

Non c’è modo di vincere chi è cresciuto senza abitudini a lazzi e frizzi per far ridere il sultano, e convinto di leggi universali di democrazia tali da non trovare differenze tra gli uomini nei diversi ruoli; con l’unica disparità che distingue lo spazzacamino dai leader di paesi e governi consistente nell’abitudine a leggere e capire testi cartacei o volti, sguardi, gestualità di persone.

Le donne si alzano, e vincono alla fine. In tempo per riti conviviali di festeggiamento o per i passi necessari a consegnare il simbolo per correre verso traguardi di giustizia

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