L’accoglienza delle culture
di Laura Tussi
L’Occidente sta affrontando l’arrivo di cittadini provenienti da luoghi diversi del nostro pianeta, che chiedono di restare per lavorare e per condividere un benessere economico, sociale, politico, dove il susseguirsi delle migrazioni, prima di nostri connazionali provenienti dal sud d’Italia e, attualmente, di cittadini che giungono dal Marocco, dalla ex Jugoslavia, dalle Filippine, dalla Cina, ha contribuito in modalità determinante a portare ricchezza economica e culturale.
La convivenza tra culture e popoli diversi non costituisce solamente uno scambio pacifico e sereno, perché il mondo trasuda anche violenze e ingiustizia, dove la povertà e la ricchezza sono giustapposte in un connubio di delinquenza e criminalità, per cui alcuni sono costretti a vivere in condizioni di estrema indigenza e l’arroganza e la volgarità umiliano i più deboli con contrasti e scontri anche violenti.
Il fenomeno migratorio nel nostro Paese risulta consistente e strutturale e con urgenza si dovrebbero disporre tutti gli strumenti necessari per affrontare e gestire non solo l’ingresso di molteplicità di immigrati, ma soprattutto la loro permanenza, garantendo civile e dignitosa accoglienza e reali possibilità di integrazione, anche se, in realtà, le istituzioni stanno operando con strumenti poco efficaci e gli immigrati sono lasciati in una pericolosa ed ingiusta condizione di incertezza sui propri diritti e doveri.
Il tema della multiculturalità si propone di favorire la conoscenza e il rispetto reciproco delle culture e offrire garanzie e strumenti per mantenere vivi i differenti patrimoni culturali.
Il contatto con la diversità, anche se tra molte circostanze difficili, genera voglia di conoscere e sollecita maggiore attenzione e rispetto per le altre culture, ma certamente la costituzione di una società multiculturale sembrerebbe ancora un ambizioso obiettivo, in quanto si prospetta difficile la convivenza tra culture diverse e differenti gruppi etnici, evitando il rischio di pericolose reazioni di intolleranza.
La ricerca della difesa delle diversità culturali, linguistiche, di censo, di sesso, etniche ed altro, come indicato nelle costituzioni della maggior parte degli Stati democratici è una causa legittima, nella motivazione a perfezionare la tutela delle diversità e del multiculturalismo che è fortemente radicata nella storia dei diritti umani dalla rivoluzione francese, riconoscendo ad ogni persona pari dignità e il diritto di vivere liberamente secondo la propria ragione.
Le diversità etniche sono considerate motivo di arricchimento anche da una visione sociale ed economicista della comunità, dove l’arricchimento appunto è concepito come crescita valoriale per cui le diversità costituiscono fattori di evoluzione economica, sociale e culturale.
Di fronte alla realtà immigratoria nel nostro Paese che si presenta in tutte le sue complessità, si prospetta l’urgenza di diffondere maggiori informazioni, di aprirsi alle nuove culture, come primo approccio verso una società multietnica e multilaterale, tramite un interscambio relazionale che possa arricchire e divenire un antidoto efficace all’intolleranza, all’emarginazione e al razzismo.
Il rispetto di tali differenze storiche, economiche e di civiltà sarà effettuabile costruendo un terreno sociale e comunitario scevro di pregiudizi, luoghi comuni e stereotipi, creando le premesse per l’accettazione e la valorizzazione cosciente delle inevitabili e imprescindibili differenze tra esseri umani.
Le scelte educative determinano il futuro di una comunità, dove la qualità delle persone costituisce una questione centrale del domani, nei problemi posti dall’introduzione della tecnologia, in tutti i campi dell’attività umana, dallo sviluppo economico disomogeneo e selvaggio, dal degrado ambientale, conseguente alla dissennata incentivazione dei consumi, con l’accentuarsi dell’ingiustizia sociale e dei conflitti, che pongono le nuove generazioni in una condizione determinante per il futuro di tutte le persone.
L’educazione all’accoglienza, all’accettazione del diverso, all’antirazzismo, al rifiuto della discriminazione costituiscono il cardine indispensabile su cui si modificherà una società che riesca a coniugare la pacifica convivenza e il rispetto reciproco, attraverso la ricerca di soluzioni adeguate per arginare gli squilibri contemporanei.
Risulta necessario porre grande attenzione al mondo della scuola, luogo istituzionale dove viene esercitata l’azione educativa delle comunità in modo organico e direttivo, alla famiglia e ai massmedia che contribuiscono alla coscientizzazione verso i problemi sociali.
La necessità di elaborare una pedagogia interculturale è sorta in seguito all’ingresso nella scuola di persone appartenenti ad altri paesi.
Il gioco tra autoctoni, immigrati, istituzioni e massmedia è complesso e si presenta facile il passaggio dall’accettazione al rifiuto, dall’indifferenza all’insofferenza, in quanto una profonda instabilità è propria delle relazioni umane e sociali, comportando una forte carica emotiva, ma anche innovativa.
Il gioco simbolico ed emotivo è ancora più instabile e mutevole nel rapporto con l’immigrato e proprio per questo motivo l’instabilità e la volubilità dell’individuo e del gruppo sociale necessitano di trovare un supporto nelle istituzioni, che devono essere in grado di esprimere norme stabili e certe, frutto di un’approfondita conoscenza delle realtà attuali.
L’Italia acquisisce tardivamente la coscienza di essere Paese meta di flussi migratori e solo negli anni ‘80 le amministrazioni pubbliche affrontano il problema dell’inserimento sociale dei migranti e la conseguente educazione dei loro figli.
Il contenuto delle circolari ministeriali proclama ufficialmente che l’obiettivo primario dell’educazione interculturale si delinea come promozione della capacità di convivenza costruttiva in un tessuto sociale multiforme, che comporta l’accettazione e il rispetto del diverso e il riconoscimento dell’identità culturale nella ricerca quotidiana del dialogo, della comprensione e della collaborazione, in una prospettiva di arricchimento reciproco, nel valore della diversità generale come concetto da difendere e comprendere nel doppio versante dell’educazione interculturale, nell’affrontare e analizzare il problema degli studenti appartenenti a provenienze diverse e nella necessità che anche la scuola elabori le strategie capaci di affrontare i grandi mutamenti che caratterizzano la nostra epoca, in un policromo mosaico di popolazioni, lingue, culture, progetti, rappresentazioni reciproche di scambi e conflitti, interazioni e dialoghi.
aprile 6th, 2010 at 19:27
Visto il successo della Lega temo che le politiche di integrazione subiranno uno stop e si rimanderanno indietro tanti poveracci che fuoriescono da stuazioni di guerra fame e sopraffazione. Le prospettive di arricchimento reciproco e di
valore della diversità generale ai leghisti non interessano perchè loro hanno vinto le lezioni puntando sulla paura del diverso. Il supporto istituzionale che Laura Tussi si augura è lontano dai loro obiettivi quindi non mi aspetto granchè, anche se ho fiducia che i movimenti di base di chi sa la sofferenza di questi popoli risveglino le coscienze e mettano in atto iniziative di contrasto al razzismo.
Lina
aprile 6th, 2010 at 20:18
La popolazione si organizza in direzione di antirazzismo e per esempio l’associazione di migranti senza a frontiere che sta nel progetto “Uppercut” , è un laboratorio sociale autogestito da diverse realtà,composta da emigrati con lo scopo di “combattere razzismo, intolleranza e promuovere l’auto-organizzazione delle comunità migranti della zona di Alessandria.
Lo sport per esempio è inserito nel progetto come organizzazione del tempo libero e come modo di relazionarsi tra persone ricche di diversità da valorizzare.
Latifa
aprile 6th, 2010 at 20:33
Li avete visti i ragazzi di colore con l’accento bresciano o milanese? Hanno le radici in Africa ma in Italia ci vivono bene per il fatto che l’Italia non è un paese xenofobo anche se certi partiti vogliono convincerci del contrario.
Mirella
aprile 7th, 2010 at 07:07
Il dato positivo è che lo sciopero degli emigranti di Torino il primo marzo ha visto sfilare 3000 persone con la fascia gialla al braccio. Hanno partecipato studenti e operatori della formazione professionale dei centri Ctp. Il risultato è che in piazza si sono viste molte realtà organizzate insieme alle famiglie di extracomunitari che per la prima volta partecipavano ad una manifestazione. Nel corteo si è dato un evidente segnale di antirazzismo e questo è il vero dato che conta. La Rete per il protagonismo dei migranti è costituita a Torino da: “Collettivo Gabelli – Sinistra Critica Torino – Torino Samba Band – Amnesty International Torino e Valle d’Aosta – Centro Sociale Gabrio / Sportello Il-Legale – Commissione Immigrazione PRC Torino – Gruppo donne native e Migranti Torino – Comitato di solidarietà con rifugiati e migranti – Associazione Mosaico/Azioni per i rifugiati – Circolo Internazionalista José Carlos Mariategui”
marta chiverri
aprile 7th, 2010 at 11:59
Sono d’accordo con Laura Tussi sul fatto che l’Italia paga un ritardo notevole rispetto ad altri paesi nell’immigrazione perche’ ha conosciuto questo fenomeno solo recentemente. Il problema però è che tutti dedicano scarsa attenzione alla cosa che non viene avvertita come esigenza comune. Le politiche della Lega, tutte tese a enfatizzare la correlazione tra criminalità e immigrazione ci spingono tutti a porre nella nostra agenda comune la necessità di regolare l’immigrazione, limitandola, colpendola quando sfocia nella criminalità. E’ questo il nostro primo pensiero quando parliamo di stranieri. Solo dopo ci viene da pensare all’integrazione. In altre nazioni dove non c’è una forza politica che tutti i giorni soffia sul fuoco, l’operazione è più facile secondo me. In Italia siamo ancora uno step indietro.
aprile 7th, 2010 at 19:17
I migranti vengono da Africa, Asia, India e scappano dalle guerre e dalla miseria e dalla morte. Vengono da noi per cercare un futuro possibile e se potessero resterebbero nella loro patria di cui hanno nostalgia, ma come abbiamo fatto noi italiani dal finire dell’800 gli uomini si muovono per fuggire dala disperazione. Respingerli al loro destino è come condannarli a morte e non è umano. Le frontiere devono assicurare i confini di uno stato dentro il quale ci sono determinate leggi da osservare ed è l’unico obbligo che loro hanno, poi vanno rispettati ed aiutati per la ricerca di lavoro. Lavori umili che gli italiani non intendono più fare.
Come scrive Laura Tussi ci vuole educazione all’accoglienza e aumentando la cultura e la conoscenza ci si avvicina tra esseri umani e si collabora, poiché nessuno è un’isola e lo scambio tra culture arricchisce.
gino
aprile 7th, 2010 at 20:27
Accogliamo gli stanieri e ben venga la gente onesta, ma teniamo sotto controllo la situazione poichè tra chi viene per lavorare c’è chi si ritrova a delinquere per vocazione o per necessità; non facciamo perciò il razzismo al contrario credendo che tutto ciò che viene da fuori è buono. Le situazioni son da vagliare, gli uomini e le donne da soppesare secondo il loro modo di volersi integrare rispettando le nostre leggi.
Mariapia
aprile 8th, 2010 at 08:38
L’Italia da terra di emigranti è ora terra di immigrazione. Dopo il boom economico la gente italiana ha trovato il benessere in patria e non è più partita per lidi lontani, così secondo un ragionamento logico gli stranieri non appena troveranno condizioni di vivibilità nel loro paese smetteranno di emigrare e saranno ben felici di restare attaccati alle loro radici. Allora più che alimenti e pesciolini vanno assicurate loro canne da pesca, cioè tutti gli strumenti per renderli autonomi e trovare benessere in patria.
Nicla Morelli
aprile 8th, 2010 at 17:59
Attraversare la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea per arrivare a casa.
Speranze e desideri che implodono nella rivoluzione globale.
Le immagini della prigione irachena di bu Ghraib hanno scosso tutti a tal punto da sollevare la delicata questione del sesso nell’ambito dei rapporti tra musulmani e occidentali. Se l’intera struttura sociale musulmana ha il compito arcaico di contenere la sessualità femminile, al punto da farci osservare con una certa ironia questo aspetto della civiltà islamica, la nostra struttura occidentale, invece, straborda di abusi ed indecenze di ogni tipo di cui spesso teniamo i fili con uno sdegno talmente silenzioso da scivolare nel nulla..
La rabbia della Fallaci mi fa quasi paura davanti al disordine ed all’incoerenza che regnano in occidente industurbati.
Il preambolo al punto 1 della Carta dei diritti Fondamentali dell’Unione Europea (che citerò in seguito con la semplice parola Carta) recita: I popoli europei nel creare tra loro un’unione sempre più stretta hanno deciso di condividere un futuro di pace fondato su valori comuni.
Ecco dunque le domande più ovvie che verrebbe da chiederci:
1. siamo noi europei tutti d’accordo sul nostro patrimonio spirituale e morale?
2. Contribuiscono i governi degli attuali Stati membri al mantenimento di “questi valori comuni” nel rispetto delle diversità delle culture e delle tradizioni nostrane?
3. La dignità umana che si afferma inviolabile all’art.1 della Carta è davvero rispettata e tutelata?
4. Se l’art.4 recita: Proibizione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti possiamo davvero ignorare le condizioni di schiavitù in cui minori e donne e uomini vivono in Europa?
5. L’art.11 ossia: Libertà di espressione e d’informazione è davvero compatibile con la veicolazione delle idee senza che vi possa essere ingereza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera? I media sono davvero gli attori del pluralismo?
6. Art.13 Libertà delle arti e delle scienze. La libertà accademica è rispettata o continuamente minacciata attraverso forme sottili di respressione attaccata?
7. Art. 14 Diritto all’istruzione. L’esercizio delle leggi nazionali garantisce davvero il diritto di accedere gratuitamente all’istruzione obbligatoria e ad una formazione professionale continua?
8. Art. 15 Libertà professionale e diritto di lavorare. Punto 3 dello stesso articolo: I cittadini di paesi terzi che sono autorizzati a lavorare nel territorio degli Stati membri hanno diritto a condizioni di lavoro equivalenti a quelle di cui godono i cittadini dell’Unione. E’ il lavoro nero una realtà violenta che nel contesto globalizzante sfrutta nei nostri territori persone autoctone e stranieri?
9. Art.23 Parità tra uomini e donne. La parità tra uomini e donne è assicurata in tutti i campi o è violata a vantaggio di uno dei due sessi?
10. Art.24 .Diritti del bambino. Pur pagando le tasse possiamo dire che il benessere dell’infanzia è dettato da un interesse superiore che garantisce una relazione personale con il mondo adulto equilibrata e serena?
11. Art. 25 Diritti degli anziani. Conducono i nostri anziani una vita dignitosa e partecipativa della vita sociale e culturale? Come affrontano gli Stati membri la questione senile nei casi dove la legislazione rimette alle famiglie l’onere esasperante di cura?
La constatazione oggettiva dell’ imbarbarimento di questi sani principi, scritti nero su bianco dai nostri rappresentanti europei, ci conduce dritti all’art. 41 Diritto ad una buona amministrazione.
Poiché l’art.44: Diritto di petizione. ci dona il diritto di presentare una petizione al Parlamento europeo, sono certa che gli organismi competenti, qualora la coscienza occidentale si risvegliasse, vedrebbero ingorgati i loro uffici al pari del traffico di punta di una qualsiasi metropoli.
Avevamo dei sogni, forse dei semplici e banali desideri di buon senso per un vivere civile, al quale la fine della seconda guerra mondiale ci aveva invitato al risveglio di un incubo. Abbiamo dimenticato. Abbiamo fatto di più. Abbiamo ignorato il passato e riproposto in chiave moderna l’efferatezza della violenza camuffandola con abiti democratici. Alla luce dell’evoluzione possiamo dire di aver fatto passi in avanti in termini di mascheramento ma l’uomo di oggi che proponiamo è un essere stordito quando succube e spietato quando dirige. Servi di un potere finanziario che il cittadino comune non può supervisionare siamo stati occupati da un colonialismo che non ha bandiere particolari e che nel contempo condiziona ogni nostra scelta. Lontani dal pensiero del “giusto”, ossia da colui che non fa ciò che non vorrebbe fosse lui fatto, vaghiamo alla ricerca di una serenità che non può coesistere con tanta ingiustizia in un simile ciarpame di guerra globale.
All’alba di nuove forme di governo mondiale non riusciamo a distinguere la comunità umana e barattiamo la nostra sopravvivenza con le generazioni future.
Se non ripristiniamo il concetto di dignità lontano dai luoghi dell’emergenza indotta non riusciremo mai a ritrovare il filo che conduce all’uscita del labirinto. Continueremo a parlarci addosso. Ascolteremo numeri fasulli. Sprofonderemo nelle credenze di un tempo. Moriremo orfani di una libertà che non siamo stati capaci di conquistarci o semplicemente di difendere. Al bando l’ipocrisia e cominciamo a chiamare le cose che incontriamo con il loro nome. Noi siamo il mondo e noi lo traduciamo in realtà. Il rispetto non va chiesto, va preteso.
Li 08/04/2010
Anna Rossi
Docente di Business Language
Facoltà di Scienze Sociali – Roma -
aprile 8th, 2010 at 20:37
La ottusità di pochi danneggia tanti, e non soltanto i migranti ma pure gli italiani che temono le ombre di una criminalità che nelle statistiche è nostrana in numero consistente. Condivido le parole scritte dalla dottoressa Anna Rossi: “IL RISPETTO NON VA CHIESTO, VA PRETESO”, e per iniziare va preteso da chi ci governa.
mario
aprile 9th, 2010 at 09:00
abito a Roma vicino piazza vittorio per motivi di vicinanza all’università. Abbiamo preso una casa in affitto e siamo cinque studentesse tre di queste sono straniere di varie provenienze. la nostra amicizia è sincera e totale, la condivisione degli spazi e dei compiti alquanto difficoltosa anche per abitudini diverse tra le nostre culture, pero non potrei rinunciare a questa esperienza che mi rende più completa e fa intravedere altri orizzonti. nei rapporti con stranieri si deve partire come tabula rasa e scrivere dopo la frequentazione i concetti, le esperienze, le emozioni e il sapere che si accresce con la maturazione e la comprensione tra umanamente uguali anche se diversi.
paola
aprile 9th, 2010 at 11:43
11. paola Says:
aprile 9th, 2010 at 09:00
Cara Paola,
anch’io durante i corsi universitari ho avuto la possibilità di un arricchimento vero confrontandomi con culture diverse.
L’opportunità è aumentata quando mi sono ritrovata ad insegnare a studenti provenienti da altri continenti.
Ma il mondo universitario è un’isola felice che diviene sempre più rigogliosa man mano che si avanza con i confronti e ci si intende sui programmi.
La realtà della strada, del vicinato e del lavoro è molto diversa.
La lentezza burocratica per un semplice permesso di soggiorno, le sacche di immigrati fuori controllo dall’assetto organizzativo sociale, i problemi degli italiani che aumentano giorno per giorno a dispetto del dialogo con “lo straniero”, sono un’altra cosa.
Il successo della politica populista corre sulle emergenze, che tradotte in termini di operatività, sono il risultato dell’assenza totale di capacità organizzativa davanti ad un fenomeno inevitabile come lo è quello dell’immigrazione.
L’organizzazione pragmatica delle differenze su territorio è mancata nella quasi totalità delle regioni del sud e non solo lasciando il posto a buonismi ideologici e analisi filosofiche che non avrebbero mai potuto frenare, davanti al degrado sociale, le inevitabili intolleranze.
E’ inutile far finta di non vedere il sentimento di ingiustizia che l’italiano medio avverte nei suoi confronti quando incontra “il diverso” in cima alle graduatorie delle case popolari o negli asili nido. Quando la maggior parte della popolazione rom, vivendo nel degrado che abbiamo visto documentato, è divenuta per lo più un agglomerato di degrado e di delinquenza (e non sono i casi limite che faranno cambiare idea a quegli italiani stanchi di furti continui ovunque ci sia stato un campo rom, stanchi di vedere bambini e donne che chiedono l’elemosina agli stessi angoli delle strade o sui treni delle metropolitane, nè le baby-gang che derubano turisti e non solo). questi sono fatti, fatti che potevano essere evitati con una politica diversa e non esasperati fino al punto da servire un piatto caldo a chi della xenofobia oggi ne fa un’arma di difesa.
A questo aggiungiamo il problema che gran parte della comunità romena ci ha importato (parlano i numeri in termini di arresti) o la prostituzione brasiliana, romena, russa, albanese, nigeriana e quant’altro (siamo i primi consumatori in Europa).
Mi chiedo: CHI HA PERMESSO CHE IL DEGRADO AVANZASSE IN QUESTO MODO? Qual era lo scopo, semmai uno ce ne fosse stato? Oltre all’incapacità gestionale delle risorse di un Paese c’è dell’altro?
La guerra fra poveri si innesca quando gli spazi non sono più controllati ed organizzati e poveri per poveri noi italiani siamo meno allenati di chi arriva dalle guerre, dalla fame, dagli eccidi, da ogni sorta di degrado ed orrore.
In verità è stato tollerato un avanzamento lavori disgregante della società autoctona fino al punto di apprezzare chi oggi fa politiche di repressione anche quando non ce ne sarebbe bisogno.
Come ho scritto al punto 9 di questo post, non c’è un solo articolo di questa Carta che non sia una cartina al tornasole.
La realtà ci racconta il contrario, l’insuccesso di una finta applicazione dell’idea democratica.
L’organizzazione italiana è frustrata da un’idea di “controllo” molto personalistico e per niente al servizio di chi paga le tasse.
Gli italiani sarebbero ben lieti di pagare le tasse (ne sono convinta) se le vedessero tradotte in servizi veri e non in una groviera dove si arricchisce chi guadagna un buco del formaggio nazionale.
Oggi l’immigrazione è divenuto un elemento indispensabile per l’erario ma al contempo la crisi economica ha forzato la mano di chi vuole continuare a lucrare senza scrupoli sulla pelle dell’essere umano.
Posso dire che l’incapacità a sopravvivere in questa quasi giungla ha abbrutito ogni rapporto e che i bei discorsi sulla necessità del dialogo finiscono dove serve il pane da mangiare.
Una guerra sottile che facciamo finta di non vedere ma che sta cambiando le coscienze a colpi di indifferenza e prepotenza.
Siamo divenuti dei lottatori più che dei guerrieri e finiremo così per fare solo spettacolo anzichè cimentarci in battaglie utili alla comunità.
Dietro alle false promesse dei senza patria nascondiamo sentimenti di accoglienza che scemano man mano che il nostro spazio di sopravvivenza si restringe.
Funziona così: ti rendo l’esistenza insopportabile ma non ti dico chi sono così si finisce per prendersela con il nemico più a portata di mano.
Risollevare questo paese dall’involuzione culturale nel quale sta precipitando sarà un’operazione ardua ma non impossibile se capaci di sognare oltre il fallimento di un tentativo di democrazia vera e paritaria.
Lo Stato, non finirò mai di ripeterlo, siamo noi e chi ci rappresenta è la nostra volontà.
Senza trasparenza continueremo a mangiare spaghetti e pizza sui cocci di una libertà che non ha mai conosciuto la trasparenza, il diritto, la giustizia sociale, il semplice buonsenso.
Io non mi arrendo.
Anna Rossi
aprile 9th, 2010 at 12:03
Condivido quel che afferma la Dott.Anna Rossi. Lo stato precario in cui questa terra nostrana si trova da sempre è stato voluto, pianificato, e noi, popolo, siamo tornati a rappresentare il gregge che è proprio delle pecore invece di imitare -se proprio al mondo animale vogliamo assomigliare-alle api o alle formiche. Lo spaccato italiano ci dice di un paese la cui unità è sempre stata boicottata dalle mafie d’accordo con politiche imperialiste e dai rivendicatori del nord. Tagliati fuori i giovani e le donne dalle politiche nazionali, iniettata una notevole confusione istituzionale, pressati da una tassazione che non risponde alla qualità dei servizi, concesse le indulgenze a chi sfrutta il paese alla faccia dei lavoratori, siamo alla mercè di una riorganizzazione europea che non terrà conto delle minoranze. Altro che Carta!!!Ma guardiamo alla FAO e all’ONU. La gente muore e le guerre aumentano. Si parla e si scrive bene ma di fatto le situazioni peggiorano.
Stefi
aprile 9th, 2010 at 12:23
Dimenticavo: non sono d’accordo sull’analisi che fa la Laura Tussi perchè credo che di fatto l’Italia sia un paese accogliente. “L’arroganza e la volgarità che umiliano i più deboli” è applicata anche agli italiani, al mondo del lavoro, agli handicappati, agli anziani, alle donne. “La condizione di incertezza sui diritti e doveri” di cui parla la Tussi colpisce il nostro popolo come gli stranieri. Inutile stare a disquisire sull’arricchimento ovvio che arriva dal confronto o sulla capacità di convivenza con gli immigrati che regioni come il Veneto o l’Emilia Romagna o la Toscana hanno sempre dimostrato di possedere. La difficoltà dell’integrazione nasce dall’assenza di regole e noi siamo un paese che si ricorda delle regole solo quando deve sanzionare l’automobilista fra un autovelox e l’altro e l’altro ancora. Siamo il paese in cui è nato Adusbef (Associazione Difesa Utenti Servizi Bancari Finanziari Assicurativi Postali).Siamo un paese in cui i cittadini tentano di difendersi dallo Stato. Debiti e tasse.Finanza e Banche. Compro oro e agenzie di finanziamenti a gogò. Chi ferma questo che rende feroci gli animi e non predispone al dialogo legittimo con spirito non stressato?
Scusatemi ma dovevo proprio dirla.
Stefi
aprile 9th, 2010 at 19:19
Prendiamo esempio dall’Emilia dove le donne le donne sono più del 45% degli stranieri. Ci sono reti di associazioni di donne migranti, più di sessanta associazioni ed organizzazioni di donne che lavorano per l’integrazione. Si trovano offerte di lavoro tramite i servizi per l’accoglienza della Regione. Si danno istruzioni per l’impiego, la sanità, la contraccezione in otto lingue: italiano, albanese, arabo, cinese, inglese, rumeno, russo, spagnolo e tutti i servizi sono divulgati anche on line.
La civiltà dell’accoglienza è sempre stata prerogativa di paesi evoluti e l’Emilia è all’avanguarda ai primi posti in Italia.
Laura
aprile 11th, 2010 at 18:20
L’integrazione si vede dagli studenti delle 12mila scuole italiane con il 30 per cento di stranieri. 46mila alunni nati in Italia da genitori migranti sono iscritti alle scuole elementari. E’ compito della scuola accogliere con la disponibilità alla comprensione e all’accettazione delle diversità con la finalità dell’integrazione che è diversa dall’omologazione. Nel rispetto di ogni cultura si può cooperare a usufruire dei lati buoni di ogni cultura.
miriam
aprile 12th, 2010 at 08:48
la valigia di cartone degli italiani migranti va ricordata per la povertà e i sacrifici, ma anche per le enormi opportunità che i nostri concittadini hanno avuto all’estero. Diamo perciò spazio a tutti quelli che foggono dalle carestie dalle guerre e dittature.
liliana
aprile 12th, 2010 at 14:19
L’imprenditorialità degli immigrati è positiva soprattutto nei settori di ristorazione vendita di alimentari, di abbigliamento o gadget. Le imprese gestite da stranieri non sono solo etniche (kebab,cous cous,ecc.) e nel settore di frutta e ortaggi che è un mestiere sacrificante (ci si alza di notte per acquistare ai mercati generali) o per le pizzerie a buon prezzo o servizi quali pulizie, assistenza agli anziani, babysitteraggio gli italiano hanno rapporti di fiducia con centinaia di migliaia di lavoratori migranti.
Siamo un paese multietnico che guadagna dalla presenza di tali lavoratori ed impenditori. Nel norditalia dove vivo ci potrebbe essere un crollo dell’economia e dei servizi che non ci fossero gli stranieri.
Lidia
aprile 13th, 2010 at 08:23
Non tutti ricordano che l’esodo migratorio più grande della storia è stato quello degli Italiani, e che 24 milioni di nostri connazionali partirono per terre lontane in cerca di pane e lavoro. Dal 1861 in poi e durante un secolo la nostra popolazione emigrava da tutte le regioni italiane per fuggire dalla dalla disperazione e dalla fame.
Di questi tempi altri disperati bussano alla nostra porta e non è giusto ripagarli con la moneta del razzismo, dell’intolleranza, dell’egoismo. Gli immigrati non tolgono niente agli italiani e svolgendo i lavori più umili sono indispensabili alla nostra economia e alla gestione dei servizi di assistenza. Guai se non ci fossero!
Carla
aprile 14th, 2010 at 13:08
COSI’ STRADA, ASSOLUTIZZANDO LE VITTIME, HA RESO UN FAVORE AI CARNEFICI
Sarebbe ora che i tanti finanziatori e corifei del dottor Gino Strada gli ricordassero che esiste una linea invalicabile fra la cura dei feriti, persino dei terroristi, e la compiacenza o addirittura la collusione con le loro idee mostruose. Sul caso dei tre operatori di Emergency in Afghanistan pesa forse una serie di malintesi di cui è responsabile il quotidiano Times (lo ha detto anche il ministro degli Esteri italiano Frattini). Ma la vicenda, da cui speriamo ne esca pulita Emergency, proietta comunque una luce sinistra sull’umanitarismo del medico milanese che tanta buona gente di establishment ha scelto per abbellirsi le coscienze. Ad aggiustare i corpi rovinati dalla violenza terroristica e dalla guerra sono in tanti, ma a rendersi collusi con certa ideologia è stata proprio Emergency. Lo stesso malaffare ha travolto Amnesty International, colpevole di aver arruolato come testimonial un apologeta dei talebani. Una prassi non propria invece di ong come Smile Again, che senza clamore in Pakistan ricostruisce i poveri volti femminili piagati dall’acido islamista.
Le vittime sono tutte eguali per il medico Strada chiamato a curarle, siano colpite da feroci dittatori o da terroristi assassini o dalla controffensiva americana. Ma il punto di vista umanitario, una volta assolutizzato, lo ha portato a negare le differenze e a considerare gli Stati Uniti e Israele alla stregua di terroristi e dittatori. Ed è su questa identificazione che ha vissuto gran parte dell’ideologia pacifista. Come quando nel 2008, in Sudan, Strada si è schierato dalla parte del dittatore Bashir: “La storia del genocidio in Darfur è un’invenzione totale”, ha detto Strada. Per questo è stato duramente attaccato da un paladino dell’umanitarismo come Bernard Kouchner, fondatore di Médecins sans Frontières: “Talvolta penso che chi critica le azioni di ingerenza umanitaria abbia bisogno di vittime civili per esaltare il proprio ruolo mediatico”, dice Kouchner di Strada. “Abbiamo bisogno di un nemico unificante, e l’immagine degli Stati Uniti che circola tra di noi europei – soprattutto a sinistra – serve a questo scopo”.
Emergency ha investito tanto in nome di un obiettivo chiaro e coraggioso: “Costruire ospedali dove non ci sono”. Non è facile, e va riconosciuto a Strada. Ma l’ex katanga della Statale milanese ha da tempo deviato dai temi inerenti alla sua professione. Da quando è iniziata la guerra in Afghanistan, Emergency si è radicalmente politicizzata. Storici sono i suoi tentativi di demolire il lavoro di un altro umanitarista non antiamericano come Alberto Cairo, che lavora per la Croce rossa internazionale e che è noto come “l’angelo di Kabul” per aver fatto tornare a camminare migliaia di afghani. Persino i Ds di Piero Fassino chiamarono Strada “pacifista che scomunica e offende”. Perché il suo umanitarismo cela spesso un linguaggio squadrista: “Fuori dai coglioni il Sismi, i Ros e tutti quei signori”, disse il dottor Strada durante il sequestro Mastrogiacomo. Appena tre anni fa, Strada si è chiesto se non fossero meglio i talebani: “Siamo sicuri che prima, cinque anni fa, fosse peggio?”.
Un medico e attivista umanitario che anela a imitare il dottor Schweitzer, non dovrebbe farsi banditore della resa al terrorismo e dell’equivalenza morale che pone sullo stesso piano l’attentato alle Twin Towers e la guerra afghana ai talebani. Questo umanitarismo si è rivelato incapace di distinguere fra una democrazia occidentale quantunque imperfetta, che onora la tolleranza, lo stato di diritto, il rispetto delle minoranze, e un movimento medievale che mobilita le masse islamiche all’odio, che insegna ai propri figli a glorificare gli attentatori suicidi e che si vota al disastro. Come insegna Kouchner, il buon umanitarismo non esita mai a riconoscere e a nominare il male per quello che è. Nichilismo che si fa saltare in aria nei mercati di Kabul, che sgozza l’interprete afghano di Mastrogiacomo e getta l’acido delle batterie in faccia alle bambine musulmane che vogliono istruirsi. Purtroppo una simile denuncia non è mai sfuggita dalle labbra angelicate di Emergency.
IL FOGLIO, 13 APRILE 2010
aprile 14th, 2010 at 13:09
GLI OCCHI ‘SCOMODI’ DI GINO STRADA
Sarà difficile sapere presto la verità sull’arresto, operato dalla polizia afghana coadiuvata da soldati britannici, dei nove operatori di Emergency, fra cui tre italiani, nell’ospedale di Lashkar Gah, con l’accusa di star preparando un attentato contro il governatore locale Gulabbudin Mangal. E, forse, non la si saprà mai. Perché anche su eventuali confessioni uscite da un carcere afghano, controllato formalmente dai servizi segreti locali (National Directorate of Security, Nds) ma nella sostanza da quelli americani e inglesi, c’è poco da far conto, visto il trattamento riservato ai “terroristi” ad Abu Ghraib e Guantanamo. Quel che è certo è che Emergency è stata sempre vista con molta ostilità dalle truppe Nato da quando hanno occupato l’Afghanistan. Perché Emergency operò durante il periodo del governo talebano e, a parte qualche disputa sulla rigida separazione dei reparti maschili e femminili, poté farlo tranquillamente perché i Talebani ci tenevano, forse più delle forze Isaf-Nato, che ci fossero degli ospedali funzionanti.
Emergency ha quindi sempre avuto buoni rapporti con i Talebani. La liberazione dell’inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo sequestrato dagli uomini del feroce comandante Dadullah, e che ci avrebbe quindi lasciato sicuramente la pelle perché Dadullah non faceva sconti a nessuno, fu dovuta all’intermediazione personale di Gino Strada che riuscì a far arrivare un messaggio al Mullah Omar che ne ordinò il rilascio. In seguito Omar, che non approvava per nulla i metodi troppo spicci di Dadullah che coinvolgevano civili (lo aveva già degradato o espulso tre volte dal movimento, in particolare per una strage di Hazara avvenuta quando il Mullah era al governo) fece in modo di lasciarlo allo scoperto. E Dadullah fu poco dopo ucciso dalle forze Nato. Nella provincia di Helmand gli uomini di Emergency possono girare tranquillamente, mentre il governatore Mangal, un fantoccio degli angloamericani, è costretto a muoversi in quella che formalmente è la sua provincia protetto da elicotteri, blindati, scorte armate fino ai denti composte più che da poliziotti afghani da militari britannici. Ma, forse, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è quanto avvenuto una mese fa nell’assedio della cittadina di Marjah all’interno della grande offensiva lanciata dal generale Stanley McCrystal nell’Helmand. A Marjah esiste un piccolo presidio della Croce Rossa internazionale, una specie di osservatorio, un centro di raccolta di primo soccorso, ma non un ospedale attrezzato, con sale operatorie e tutto quanto occorre.
Nel presidio erano stati ricoverati una cinquantina di feriti e di moribondi che in nessun modo potevano essere curati lì. La Croce Rossa chiese l’apertura di un “corridoio umanitario” che potesse superare i posti di blocco organizzati tutt’intorno a Marjah per poter trasportare i feriti negli ospedali più vicini e in particolare in quello di Emergency di Lashkar Gah che era il più vicino. I comandi Nato si opposero affermando che fra i feriti “potevano esserci anche dei talebani” (conferma indiretta, tra l’altro, che l’offensiva Nato, nonostante tutte le premesse e le promesse di McCrystal, si era risolta nella consueta strage di civili). Ora neanche nelle più feroci guerre moderne, neanche nella Seconda guerra mondiale, si è mai venuti meno alla regola, stabilita dalla Convenzione di Ginevra, che i feriti dei nemici vanno curati. Emergency fu in prima linea nel denunciare questo inaudito comportamento. Adesso siamo alle porte dell’altra grande offensiva che la Nato vuol lanciare contro la città di Kandahar, storica roccaforte del movimento talebano afghano (il Mullah Omar è nato in un villaggio vicino). E non credo che Gino Strada sia molto lontano dalla verità quando dice che si vuole togliere di mezzo Emergency, o privarla di credibilità, come testimone scomodo, in modo che i bombardieri americani, i Dardo e i Predator, aerei senza pilota né equipaggio, ma armati di missili micidiali possano agire indisturbati (intanto ieri, preannuncio della prossima offensiva, i soldati Nato hanno ucciso a Kandahar quattro civili a un posto di blocco).
È chiaro che il governatore Mangal, un quidam qualsiasi, non si sarebbe permesso di arrestare tre operatori italiani senza l’avallo non tanto di Karzai (che tratta da mesi con il Mullah Omar e che recentemente ha dichiarato testualmente in una conferenza stampa “gli americani alimentano il conflitto fra afghani per poter avere il pretesto per continuare ad occupare il Paese, se continua così mi alleerò con i Talebani”) ma dei comandi statunitensi.
E il nostro ministro degli Esteri Franco Frattini dovrebbe riflettere seriamente sui reali rapporti fra noi e gli alleati anglosassoni, invece di rilasciare dichiarazioni vergognose (un ministro degli Esteri ha innanzitutto il dovere di difendere i propri connazionali, poi si vedrà) accusando Gino Strada di “aver fatto dichiarazioni politiche”. Fino a prova contraria, nonostante il Berlusconi imperans, gli italiani, nel nostro Paese e all’estero, hanno ancora diritto di parola e di manifestazione del proprio pensiero. Anche se sono dei medici, come Gino Strada.
IL FATTO, 13 APRILE 2010
aprile 18th, 2010 at 10:35
pretendono che gino Strada si cosparga il capo di cenere, ma se uno è un pacifista lo è per sempre e dovunque. Liberare subito gli italiani è il minimo che il nostro governo deve pretendere.
mario
aprile 18th, 2010 at 11:20
Tra il presidente della Camera dei deputati Fini e il Pdl c’è una frattura e uno dei motivi e la politica contro gli immigrati che la Lega, puntando alla pancia e alle paure degli elettori, propone come un punto di forza del suo programma. I bambini fatti uscire dalla mensa scolastica sono un esempio di eccesso di zelo e di inciviltà. Aspettiamoci il peggio da certa gente.
silvia
aprile 21st, 2010 at 08:22
Dorothy Height la madre del movimento per i diritti civili si è spenta dopo aver guidato le battaglie per i diritti degli afroamericani, e soprattutto per i diritti delle donne della comunità nera. Aveva 98 anni e la sue proteste per le vie di Harlem negli anni ’30 e ’40 hanno infranto il muro segregazionista di un’America razzista di inizio secolo. Era per le pari opportunità e il diritto di voto, contro la segregazione nelle scuole. Fu a fianco a Martin Luther King e John Lewis attuale deputato democratico della Georgia. Ad avercene donne cosi!
marta chiverri
aprile 30th, 2010 at 08:35
Cosa ne pensate della marea di petrolio in Louisiana, un disastro ecologico che si poteva evitare? Io immagino che in tema di ambiente si mettono in opera opere mastodontiche e non si prevedono le conseguenze in caso di guasti. Questo è uno degli eventi, ma si può trovarne molti su questa terra. Il rispetto degli altri si inizia dalla conoscenza di nostri limiti, che invece manca, come è successo ogni volta che un danno all’ambiente è dovuto all’opera umana maldestra.
Enrico Lughini
aprile 30th, 2010 at 16:36
Enrico Lughini Says:
aprile 30th, 2010 at 08:35
Cosa ne pensate della marea di petrolio in Louisiana, un disastro ecologico che si poteva evitare?
Enrico Lughini
Il petrolio fuoriuscito dalla piattaforma della Bp Deepwater Horizon, sprofondata nel golfo del Messico il 22 aprile scorso, ha raggiunto le coste della Louisiana. Negli Stati Uniti è stato decretato lo stato di “catastrofe nazionale”. Solitamente la gravità di una catastrofe non è mai quella annunciata inizialmente e questa volta a distanza di pochi giorni la perdita di oro nero si è rivelata cinque volte più grave di quel che era stato detto.
Il disastro ecologico ha anche causato la morte di 11 persone.
La British Petroleum, società che ha in uso la piattaforma Deepwater Horizon di proprietà della svizzera Transocean, ha fatto sapere che pagherà il contenimento della chiazza e pulitura, come richiesto dalla Casa Bianca.
La Bp è stata, negli ultimi anni, coinvolta in diversi incidenti e controversie e questa volta i costi saranno di gran lunga pesanti.
Al di là dei meri conti matematici il disastro non risparmia centinaia di specie di pesci, uccelli e altre forme di vita di un ecosistema che ha dovuto già sopportare il passaggio dell’uragano Katrina.
Non parliamo poi dei vapori acri del greggio che rendono l’aria pesante per gli abitanti.
Le domande sono molte ma la prima che mi viene in mente è la seguente: perchè la piattaforma Deepwater Horizon ha ceduto?
Io non so il perchè, tecnicamente parlando, ma so di certo che l’obiettivo di diventare competitivi e di restare in un business, in questa nuova era economica, non ha trovato manager all’altezza di guidare il cambiamento e di assumersi le loro responsabilità.
La costruzione della qualità all’interno di un prodotto è svilita con la pratica di assegnazione dei compiti sulla base di etichette di prezzo.
L’addestramento al lavoro è quasi dimenticato.
Il compito della supervisione non è più quello di aiutare persone, macchine ed accessori a funzionare meglio ma spingere le squadre a sciogliersi.
Assistiamo attualmente all’innalzamento di barriere nei vari comparti e reparti aziendali al punto che difficilmente si conosce direttamente il prodotto o il servizio di si è comparte.
L’aumento di slogan ed esortazioni si sono tradotti in richieste di nuovi livelli di produttività la quale ha finito per distinguersi per bassa qualità e altrettanto bassa portata.
La forza lavoro è estranea alle cause della qualità e della produttività e nel contempo risente dell’assenza di un sistema di controllo ben definito e ricco di comunicazione e collaborazione.
Il management è dunque responsabile dei problemi di qualità, anche nell’ambito del controllo, in quanto è lui stesso a determinare i sistemi che attivano un processo produttivo.
In finale per rispondere ad Enrico, “i problemidei sistemi ad elevata tecnologia si trovano nelle aree a bassa tecnologia. L’attenzione e lo sforzo di molte società si incentrano sui nuovi metodi tecnici, mentre il maggior bisogno si manifesta nell’esercizio del management” (Roland A.Dumas) In parole povere la tecnologia va accompagnata all’addestramento non solo di chi la esercita ma anche di chi ne dispone i collaudi e la funzionalità.
Quanti di noi, solo per fare un esempio, conoscono le fuunzioni di un telecomando del televisore?????
La risposta è pochi, pochissimi in rapporto al numero di possessori.
Questa ignoranza tecnologica può misurare le altre ignoranze dalle quali poter costruire la nuova frontiera di analfabeti del mondo contemporaneo.
Un vivo augurio di un primo maggio nella speranza che si possa camminare lungo la strada di una strategia del lavoro a zero difetti.
Il mondo ha fame di equità e la voracità dei pochi deve essere fermata.
Non arrendiamoci.
Anna Rossi
Resp. Relazioni Esterne ONERPO
maggio 19th, 2010 at 18:02
L’imprenditorialità degli immigrati è positiva soprattutto nei settori di ristorazione vendita di alimentari, di abbigliamento o gadget. Le imprese gestite da stranieri non sono solo etniche (kebab,cous cous,ecc.) e nel settore di frutta e ortaggi che è un mestiere sacrificante (ci si alza di notte per acquistare ai mercati generali) o per le pizzerie a buon prezzo o servizi quali pulizie, assistenza agli anziani, babysitteraggio gli italiano hanno rapporti di fiducia con centinaia di migliaia di lavoratori migranti.
Siamo un paese multietnico che guadagna dalla presenza di tali lavoratori ed impenditori. Nel norditalia dove vivo ci potrebbe essere un crollo dell’economia e dei servizi che non ci fossero gli stranieri.
Lidia