8 MARZO 2010: POCO DA FESTEGGIARE

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La violazione dei diritti umani e delle pari opportunità nei
regimi totalitari e nel contesto nazionale ed europeo

Si fanno molte iniziative per capire e tentare di arginare l’irrefrenabile violazione dei diritti umani. Ho partecipato al ciclo di incontri “Per non dimenticare”, organizzato a Milano da Laura Tussi e mi è sembrato che le storie si ripetano ciclicamente e che poco o nulla cambi, specialmente in violazione dei diritti delle donne.
Eppure i riconoscimenti dei diritti ad essere pari sono sanciti da molte leggi, dalla nostra Costituzione in forma chiara e incisiva, ma pure da dichiarazioni che in ogni epoca hanno dato ragione al principio di uguaglianza.
“In qualunque ambito si siano mai cimentate, le donne hanno sempre raggiunto l’eccellenza” *. Non è una mia opinione; e se per questo non è neppure la considerazione di una donna. L’ha scritto nel 1532 Ludovico Ariosto: un uomo. L’avevano capito già quasi 500 anni fa che quanto a capacità e perizia noi donne siamo in grado quantomeno di eguagliare gli uomini. Eppure ancora oggi, a distanza di tutto questo tempo, in Italia e in parte dell’Europa, come nei peggiori regimi totalitari del pianeta, i diritti delle donne non vengono riconosciuti, se non parzialmente. Sono tante le donne che tutti i giorni, in ogni momento, e anche ora che stiamo parlando, subiscono ogni genere di vessazione o di discriminazione. Sono tante le donne che vorrebbero poter essere semplicemente valutate per quel che valgono e rispettate nella loro integrità, morale e materiale, per il prezioso contributo che offrono tutti i giorni, al pari degli uomini, nella edificazione della società comune. In molte parti del mondo, però, questo non avviene, e la donna continua a vivere una situazione di subalternità al modello maschile che non rende giustizia all’intelligenza dell’uomo stesso, prim’ancora che a quella della donna. Dall’Albania, dove larghissima diffusione continua ad avere il fenomeno della violenza domestica e dove sembra essere pressoché dominante “l’idea che le violenze fisiche e psicologiche facciano in qualche modo parte della vita coniugale” (Undp**), alla Cina, dove nel segreto e nel silenzio più totali continua ad essere perpetrata quell’odiosa, incivile e infame pratica dell’infanticidio precoce delle bambine, alle quali in alcune aree del Paese si continua a preferire il maschio. Con anche una possibilità in più rispetto al passato, quella del ricorso alle moderne diagnosi preimpianto, ove accessibili. Il tutto fatto per operare una selezione sessuale tanto ingiusta quanto insensata che reca danno, ancora una volta, all’uomo stesso, oltre che alla donna, costringendo tanti giovani ragazzi cinesi a vivere in un mondo in cui non vi è per loro un pari numero di ragazze con cui fidanzarsi e sposarsi (in media nel Paese vi sono solo 5 ragazze ogni 6 ragazzi, e in alcune ragioni il picco maschile è ancora più alto: una concezione dissennata, fonte anche, per i maschi, di disagi psicologici tanto profondi quanto assolutamente evitabili). Per arrivare ad alcune regioni del mondo arabo, in cui la condizione femminile vive spesso una situazione di soggezione rispetto all’intero universo maschile e in cui è normale considerare la donna come una proprietà, né più e né meno di come può esserlo un’automobile o un frigorifero. O a Paesi mediorientali come l’Iran, dove poco più di un anno fa si è deciso di chiudere d’autorità il “Centro dei Difensori dei Diritti Umani”, Ong guidata da Shirin Ebadi, l’avvocato donna insignita nel 2003 del Premio Nobel per la Pace per l’impegno profuso a sostegno delle donne e dell’infanzia. Ancora ieri, l’ Alto Commissario dell’ Onu per i diritti umani, la magistrato sudafricana Navi Pillay, ha denunciato a Ginevra la violenza domestica e i crimini di onore dei quali sono vittime circa 5000 donne ogni anno nel mondo. E sempre ieri a Nuova Delhi, in India, 63 persone, tutte donne e bambini (37 bimbi e 26 donne) hanno perso la vita in un tragico incidente mentre chiedevano cibo e vestiti davanti ai cancelli di un’organizzazione umanitaria. E potrei continuare ancora a lungo, partendo dalla leader non-violenta Aung San Suu Kyi, anche lei Premio Nobel per la Pace, costretta da tempo dal regime del Myanmar agli arresti domiciliari soltanto per aver difeso i diritti umani nel suo Paese; ad Ingrid Betancourt, per oltre 6 anni tenuta prigioniera in Colombia dalle Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) per aver lottato a difesa dei diritti umani e contro la corruzione e il narcotraffico; ad Angelica Mendoza de Ascarza, perseguitata per essersi adoperata in Perù alla ricerca della verità sulla scomparsa di 6000 cittadini; ad Agathe Uwilingiyimana, primo ministro del Ruanda vittima dell’eccidio del 1994. Fino alle tante donne che non hanno neanche un nome portato alla ribalta delle cronache di giornale ma che, esattamente come le altre hanno subito violenza o perso la vita, magari senza un vero motivo. Penso alla ragazza incinta del Ruanda, flagellata da un medico Hutu durante il travaglio perché era una Tutsi; alla donna musulmana percossa e violentata in Bosnia da soldati serbi mascherati, davanti alla figlia ed ai genitori; alle tre sorelle di 16, 18 e 20 anni violentate dai soldati ad un posto di blocco in Chiapas; alla sorella quattordicenne di un membro dell’opposizione Haitiana violentata da alcuni appartenenti a una milizia civile armata. Tutte cose che fanno parte della nostra dolorosa storia comune. Tutte cose di cui ci vergogniamo e dobbiamo fare in modo che non si ripetano più.
Un articolo, su un noto quotidiano romano, commentava un documentario sui discendenti di alcuni tra i più stretti e feroci collaboratori di Hitler che uscirà quest’estate (“I bambini di Hitler”***). Tra le tante testimonianze vi è quella di Monika Hertwig, 65 anni, figlia di Amon Goeth, ex comandante del lager di Plaszow, alla periferia di Cracovia, in Polonia, che ricorda come il padre si divertisse “a sparare dal balcone a donne con i loro bebè in braccio”. Un sadico gioco, alle spese di innocenti donne e bambini, fatto solo “per vedere se riusciva a uccidere due persone con un solo proiettile”. Ecco, queste sono le cose che noi non dobbiamo mai dimenticare. Cose che siamo stati capaci di fare appena pochi decenni fa, anche qui, nel cuore della civilissima Europa, nel paese che fu di Kant, Hegel e Beethoven, e che non vogliamo si verifichino mai più.
Oggi nel nostro continente viviamo per fortuna un contesto storico diverso e certamente non paragonabile alle situazioni sin qui evidenziate. Ma è assolutamente chiaro che la donna, in Italia come in altri paesi europei – non tutti per fortuna – vive ora una contraddizione storica del tutto anomala e mai conosciuta prima. Da un lato, grazie anche all’uso delle nuove tecnologie, ad Internet, agli strumenti di diffusione del pensiero che le moderne società mettono a disposizione di tutti noi, sembra riuscire a guadagnare nuovi spazi. Dall’altra, però, risulta essere sempre più schiacciata dal peso di una considerazione estremamente superficiale della sua esistenza e da un progressivo processo di mercificazione del suo corpo che, oltre a non renderle merito, ne impedisce di fatto un autentico e completo progresso sociale. Basti pensare a quante siano davvero le donne che fanno parte delle nostre classi dirigenti e quanto scarsa sia la linearità dei percorsi di ascesa sociale.
“Il numero di donne che ha oggi accesso al potere è molto ridotto. In Occidente non vi sono più donne Primo ministro di quante fossero nel Medioevo regine o reggenti”. Può sembrare eccessiva e fors’anche pretestuosa una comparazione tra la realtà politico-sociale attuale e quella del Medioevo. Ma in realtà anche in questo caso non faccio altro che riportare testualmente un concetto espresso da un uomo: quel Jacques Le Goff, considerato uno dei più insigni medievisti contemporanei. Il che ci porta inevitabilmente a riflettere su quali passi in avanti siano stati concretamente fatti da allora e quali prospettive ci vengano riservate. Ecco, io credo che noi tutti – intendendo donne e uomini insieme – dobbiamo guardare al nostro futuro e a quello dei nostri figli avendo ben chiara in mente una cosa: che non si può costruire una società realmente moderna e fondata su autentici principi di uguaglianza e di parità se non ci si libera definitivamente dal peso di tutte queste contraddizioni. E’ un percorso difficile, in salita e certamente non privo di insidie. Nel quale le donne devono capire che non si può prescindere da un coinvolgimento diretto, prima di tutto culturale, dell’uomo. E gli uomini, da parte loro, devono comprendere fino in fondo l’importanza di una loro attiva partecipazione a questo processo evolutivo sociale. Perché una vera uguaglianza tra i due sessi, pur in una distinzione di ruoli sociali, di compiti e di attitudini, conviene anche – e forse prima di tutto – all’uomo.

8 marzo 2010, Wanda Montanelli

* Testualm.Le donne sono venute in eccellenza di ciascun’arte ove hanno posto cura (Ludovico Ariosto, L’Orlando furioso).
** Dati United Nations Development Programme.
*** “Hitlers Kinder” del regista israeliano Chanoch Zeevi.

18 Responses

  1. marta chiverri Says:

    Quello che non cambia mai è la violenza domestica che è il sintomo evidente della discriminazione contro le donne. L’Alto commissariato dell’Onu per i diritti umani ha reso pubblico il risultato di una ricerca stimando che una donna su tre nel mondo è picchiata, violentata o vittima di altri abusi nel corso della propria vita, spesso all’ interno della sua famiglia.
    Nei Paesi dove le donne hanno raggiunto un alto livello di indipendenza economica,si manifesta una anomalia perchè le donne conducono una doppia vita: applaudite in pubblico e abusate nel privato. Il che la dice lunga sul fattore culturale che impedisce di affrancarsi da certe pesanti situazioni.
    marta c.

  2. roberto Says:

    Auguri care donne! Io sono convinto che la vostra tangibile emancipazione e partecipazione alle importanti decisioni che coinvolgono l’esistenza conviene anche a noi uomini, come è detto dell’articolo.
    In attesa di tempi migliori cogliamo i segni. Oggi ha vinto l’oscar come miglior film “The Hurt Locker” e Kathryn Bigelow è la prima donna regista ad ottenere la preziosa statuetta.
    Auguri a lei e a voi sempre in pista con il vostro impegno!
    roberto

  3. Betty Mendozzi Says:

    Infatti c’è poco da festeggiare e la pensano così in molti. Scrivono Vincenzo Menna ed Emilio Verrengia,rispettivamente segretario generale e segretario generale aggiunto dell’Aiccre:
    “Non ci piace chiamarla festa. Questa giornata rappresenta per noi un motivo in più per promuovere il dibattito sulle pari opportunità: tema cruciale della politica locale, regionale ed europea. Sebbene le pari opportunità tra donne e uomini si declinino in varie sfere della vita pubblica, noi riteniamo che quella della rappresentanza politica sia prioritaria e urgente”
    Così si formalizza la critica che non arriva sempre e soltanto dalla parte femminile.
    Elisabetta

  4. liuzzi_r Says:

    ma anche all’estero è così? no perche’ iomi immagino sempre che fuori italia le cose siano migliori, però non lo so… certo nn è ke ci vuole molto per essere piu’ avanti di noi!

  5. Betty Mendozzi Says:

    COME VOLEVASI DIMOSTRARE MAMME DETENUTE NON FESTEGGIANO

    “8 marzo: Mamme detenute non festeggiano”
    Roma, dall’agenzia Velino:
    “Terre des Hommes” e “Bambinisenzasbarre” insieme per la campagna “Fuori i bambini
    dalle carceri italiane!” Ancora oggi in Italia migliaia di
    donne sono costrette a vivere lontano dai propri figli,
    maggiori di 3 anni, perche’ rinchiuse in un carcere, mentre
    almeno un centinaio di loro crescono il proprio bambino
    dietro le mura di un istituto penitenziario, con la
    prospettiva di vederselo portare via al compimento del terzo
    anno d’ eta’. Terre des Hommes, organizzazione attiva da 50
    anni nella difesa dei diritti dell’ infanzia, e Bambinisenzasbarre, associazione impegnata da oltre un decennio nel sostegno, tutela mantenimento della relazione
    genitoriale in detenzione, per la prima volta insieme,
    promuovono la Campagna “Fuori i bambini dalle Carceri italiane!” e chiedono al Parlamento Italiano di approvare rapidamente la proposta di legge n. 18141 (proposta Rita Bernardini – radicale) per accogliere bimbi e mamme detenute in Case Famiglia Protette. “L’Italia oggi costringe decine di bambini
    a scontare una pena di cui non hanno colpa, rinchiusi in un
    carcere ed impone a migliaia di altri di crescere lontano dalla propria madre, perche’ detenuta, in palese violazione con la Convenzione ONU sui Diritti dell’ Infanzia, che invece
    vorrebbe sempre garantito e protetto il diritto del bambino a crescere con i propri genitori, sempre – dichiara Federica Giannotta, Responsabile Advocacy di Terre des hommes Italia. Lia Sacerdote,Presidente dell’ associazione Bambinisenzasbarre aggiunge alcuni dati: “La questione dei
    bambini detenuti con la mamma e di quelle migliaia che entrano ogni giorno in carcere per incontrare i propri genitori detenuti rappresenta un tema di salute pubblica e responsabilita’ sociale che coinvolge tutti e ci indica che
    la prigione non interessa solo chi sta dentro ma anche chi
    sta fuori. Sono 750mila infatti i bambini che entrano ogni
    giorno nelle carceri europee per incontrare i propri genitori
    detenuti, 75 mila ogni anno in Italia sono separati da un
    genitore (o da entrambi) perche’ detenuti, 4.500 nella sola
    Lombardia, secondo un rapporto Caritas, 2.500 secondo il
    Ministero di Giustizia”.

    Elisabetta

  6. alemacri Says:

    - I PARTITI ITALIANI INSERISCONO ORAMAI STABILMENTE NON MENO DEL 30 PER CENTO DI DONNE NELLE LORO LISTE DELLE CANDIDATURE

    - BISOGNA APPREZZARE LA BUONA VOLONTA’. OLTRE QUOTA 30 E’ IMPOSSIBILE TROVARE MOGLI, FIGLIE E AMANTI IN NUMERO SUFFICIENTE

  7. Simonetta Says:

    Capisco l’ironia che a volte può davvero più di mille convegni e dibattiti, però la situazione è talmente grave in questo momento che non mi viene neanche da sorridere. Quando da piccola pensavo al 2000 mi immaginavo un periodo storico diverso. Forse invece stiamo addirittura facendo passi indietro.

  8. Anna Rossi Says:

    Nessuno meglio di Wanda avrebbe potuto tener viva in così eccellente maniera la memoria del supruso.
    Non c’è nulla da festeggiare!
    Al contrario il lutto più buio che il dolore femminile ha proclamato nei secoli deve esserci di monito affinchè tutti si possa operare il tutt’altra direzione.
    La fotografia planetaria dell’universo femminile è penosamente riconducibile ad un sub-strato culturale fatto di tradizioni ed ignoranza al servizio delle regie di “innominabili” forze.
    Possiamo fermare l’ingiustizia solo con il coraggio di guardarla negli occhi senza abbassare mai lo sguardo.
    Dalla caccia alle streghe agli stupri di massa di Nanchino, di Berlino, di Bosnia, del Rwanda, del Congo, del ricatto sudamericano e dell’occidente opulento.
    Mettere fine a tutto questo chiama tutti all’appello.
    La scala della violenza passa per la donna attraversa il mondo dei bambini per arrivare agli handicappati ed agli anziani.
    Ci sono forme sottili di violenza che sottacciono al vestito a festa delle aree democratiche non convincendo più.
    Da queste aree deve “cessare” il silenzio e levarsi un brusio di intolleranza.
    I nostri fratelli del genere umano dovranno collaborare affinchè l’equilibrio delle forze torni a rigenerare quell’energia meravigliosa che rende la vita di ogni essere degna di essere vissuta.

    Anna Rossi

  9. Miriam Says:

    - Protezione satellitare -

    Un dispositivo a protezione delle donne in occasione della festa della donna è messo a disposizione dalla la Fondazione Ania per la sicurezza stradale. Con l’iniziativa “Cento Scatole Rosa” si offre alle prime 100 guidatrici che ne faranno richiesta sul sito.
    Il sistema satellitare è collegato 24 ore su 24 ad una centrale operativa che localizza in tempo reale la posizione del veicolo garantendo un pronto soccorso in caso di sinistro, un servizio personalizzato di assistenza stradale e un sos di emergenza per la sicurezza personale.
    Miriam

  10. Niccodemo Says:

    Al’umanità manca il desideio di conciliazione e di pace. La politica va alla deriva ed insegna fame di conquiste di potere e ricchezza che sono insaziabili. Si perde il senso del ridicolo e si va oltre ciò che la ragione può ammettere.
    La gran parte della gente è in buona fede e questo spettacolo indecoroso che si presenta ai semplici di cuore farà sì che in tanti non andranno a votare e chi lo farà saprà ben punire i prepotenti. Con ciò intendo dire che condivido l’auspicio di un futuro in cui le donne sappiano ben governare lontane da questi cattivi esempi.
    Niccodemo

  11. Sammy Says:

    W le Donne, senza se e senza ma.

  12. enrica Says:

    Alemacri fa battute di spirito ma è amaro constatare che ha ragione e che pare noi si sia lottato per fare spazio alle sgallettate coscia lunga amiche-amanti di amministratori pubblici e politici senza scrupoli. Mandarli a casa è sempre tardi. Dargli il benservito è già ora da un bel po’. Al voto si scelgano politici di spessore e di qualità morale. Non è difficile scartare chi più si agita per farsi notare, poi si può leggere il lavoro parlamentare pubblicato sui siti internet e bandire gli assenteisti.
    enrica

  13. Laura Says:

    Il 10 marzo ci sarà al teatro Palladium una manifestazione che fa parte del ciclo di incontri su Simone Weil. Ingresso libero.
    Spero che l’iniziativa possa interessarvi e che la possiate diffondere, un cordiale saluto e buon 8 marzo tutto l’anno!
    Laura

    teatro e dibattito
    AL MODO DI UN MELO IN FIORE
    atto unico di Maria Sandias
    regia di Lauro Versari
    con Sonia De Meo, Pierluigi Bresolin, Gabriella Arena
    segue dibattito
    introduce: Roberta Agostini, Presidente Commissione Elette Provincia Roma
    intervengono: Francesca Brezzi, Ida Dominijanni,
    Maria Sandias, Emanuela Piovano

    mercoledì 10 marzo, ore 18

    L’iniziativa è promossa dalla delegata del Rettore per le Pari Opportunità
    Prof.ssa Francesca Brezzi
    in occasione della festa della donna e nell’ambito
    del Progetto Simone Weill bellezza, sventura,
    attesa di Dio nel centenario della nascita

    ***********

  14. Gigliola Says:

    Viaggio molto per lavoro e conosco le realtà di svariati paesi in materia di pari opportunità, mi rincresce perciò notare che in Italia siamo arretratissimi e che non si fa alcuno sforzo per ammodernarsi.
    L’Algeria per esempio ha una delle migliori rappresentanze di donne nella politica nazionale. Il numero di donne elette all’Assemblea nazionale di Algeri è di 38 deputate. Una percentuale alta di cui bisogna rendere il merito.
    Gigliola

  15. Anna Rossi Says:

    VIVERE IN ALGERIA

    La componente del Consiglio AWMR Associazione Donne della Regione Mediterranea (ONG Internazionale) AICHA BOUABACI inizia così una sua relazione alla quale ho assistito:

    Ageria violenta, Algeria che soffre, Algeria che resiste.

    Per sottomettere un popolo, una società, bisogna cominciare dalle donne e l’umiliazione e la violenza che conoscono le donne algerine sono finite quasi sempre nell’ignoranza e nell’indifferenza generali.

    Se è pur vero che le donne algerine sono sempre più numerose negli ambienti della politica, dell’economia e della cultura, possamo dire che la sfida di presentarsi alle elezioni municipali come Saida Brahim Bouned o a quelle parlamentari come Leila Hadj Arab (unica donna tra 19 deputati uomini) questo è già un piccolo passo.

    Non va dimenticato che le donne algerine in politica rappresentano l’8% dei seggi parlamentari percentuale che fa pensare davanti alla nostra pur esigua percentuale italiana.

    La presenza delle donne in Algeria nei corridoi della politica è contrassegnata dalla violenza che dal 1989 al 2001 ha segnato il popolo femminile algerino.

    Una violenza inaudita sotto tutti gli aspetti.

    La resistenza al progetto teocratico nasce dai loro cuori e come sostiene Nouara Djaafear (deputata del Rassemblement National Democratique:

    “In Algeria si organizzano le lotte delle donne per i loro diritti e per la democrazia, per cui non abbiamo alcuna lezione da ricevere, nè dall’Oriente nè dall’Occidente”.

    L’impotenza internazionale che ha segnato la società algerina negli anni dei massacri non è passato inosservato e tuttora le donne algerine conducono la loro lotta nella solitudine e nell’avversità.

    Alle voci solitarie dell’Europa non è seguita alcuna campagna degna della lotta delle donne algerine.

    D’altrone se la sorte delle donne iraniane, delle sudanesi e soprattutto delle afghane non ha commosso e scioccato abbastanza persone nel mondo cosiddetto “libero” per meritare delle azioni serie e significative, non c’è alcuna ragione perchè la sorte delle donne tutte debba essere affidata alle regole globali.

    Non scendo nei particolari dei processi dove alcuni soggetti responsabili hanno tracciato le storie di tanta barbarie ma permettetemi di dire che dove le terre di diritto, e quindi di giustizia, si incrinano nel giudizio e nelle regole come sta accadendo in alcuni paesi occidentali, nessuno onore in nome della verità e della pace potrà essere coronato.

    Rendiamo dunque merito all’attivismo femminile in generale teso a rigettare la tutela degli altri, ovviamente uomini.

    Cara Gigliola, mi piacerebbe molto approfondire, dati alla mano, la realtà nordafricana e mediorientale.
    Vent’anni sottobraccio a quelle realtà mi raccontano storie di una drammaticità fuori dall’immaginazione ma anche di tanto coraggio…quello che manca a troppe donne europee.

    Cordialmente

    Anna Rossi

    Rsp. Relazioni Esterne ONERPO

  16. Anna Rossi Says:

    La natura non si può cambiare ma un buon esercizio di autocontrollo può fare molto……….a voi e buona giornata!

    LA RANA E LO SCOPRIONE

    Uno scorpione doveva attraversare un fiume, ma non sapendo nuotare, chiese aiuto ad una rana che si trovava lì accanto. Così, con voce dolce e suadente, le disse: “Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda.” La rana gli rispose “Fossi matta! Così appena siamo in acqua mi pungi e mi uccidi!” “E per quale motivo dovrei farlo?” incalzò lo scorpione “Se ti pungessi, tu moriresti ed io, non sapendo nuotare, annegherei!” La rana stette un attimo a pensare, e convintasi della sensatezza dell’obiezione dello scorpione, lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua.
    A metà tragitto la rana sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stata punta dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire la rana chiese all’insano ospite il perché del folle gesto. “Perché sono uno scorpione…” rispose lui “E’ la mia natura”

  17. Loredana Says:

    LAVORATRICI AI CANCELLI PER PRESIDIARE LO SCIOPERO

    Amiche e amici,
    vi porto via un po’ di tempo raccontandovi quello che sta
    succedendo in questi giorni a Faenza, più o meno nell’indifferenza
    generale.
    Lo stabilimento OMSA di Faenza (RA) sta per essere chiuso, non per mancanza di lavoro, ma per mettere in pratica una politica di delocalizzazione all’estero della produzione. Il proprietario
    dell’OMSA, il signor Nerino Grassi, ha infatti deciso di spostare questo ramo di produzione in Serbia, dove ovviamente la manodopera,
    l’energia e il carico fiscale sono notevolmente più bassi.
    Questa decisione porterà oltre 300 dipendenti, in maggior parte
    donne e non più giovanissime, a rimanere senza lavoro. Le prospettive di impiego nel faentino sono scarse e le autorità hanno fatto poco e
    niente per incentivare Grassi a rimanere in Italia o per trovare
    soluzioni occupazionali alternative per i dipendenti, salvo poi spendere fiumi di parole di solidarietà adesso che non c’è più niente da fare.
    Da giorni le lavoratrici stanno presidiando i cancelli
    dell’azienda, al freddo, notte e giorno, in un tentativo disperato di impedire il trasferimento dei macchinari, (tentativo documentato anche
    da Striscia la Notizia sabato scorso, ma ad onor del vero il servizio è stato brevissimo e piuttosto superficiale).
    Personalmente, non sono coinvolta nel problema, ma trovo sempre più allucinante che in Italia non esistano leggi che possano proteggere i lavoratori dall’essere trattati come mere fonti di reddito da lasciare
    in mezzo a una strada non appena si profili all’orizzonte
    l’eventualità di un guadagno più facile.
    Le lavoratrici OMSA invitano tutte le donne ad essere solidali, boicottando i marchi Philippe Matignon – Sisi – Omsa – Golden Lady – Hue Donna – Hue Uomo – Saltallegro – Saltallegro Bebè – Serenella.
    Vi sarei grata se voleste dare il vostro contributo alla campagna, anche solo girando questa mail a quante più persone potete.
    Grazie mille per l’aiuto e il supporto che vorrete dare a queste lavoratrici, ennesime vittime di una legislazione che protegge più gli imprenditori dei dipendenti.
    Lory

  18. Anna Rossi Says:

    Carissima Lory,

    i mercati cambiano spinti da una competizione che divide il lavoro delocalizzando la produzione.
    La dispersione del processo produttivo a livello mondiale ha cambiato il volto della struttura di produzione e quindi la natura stessa delle imprese.
    La delocalizzazione rappresenta un fenomeno complesso legato all’internalizzazione delle imprese spesso con investimenti diretti esteri (IDE) alle joint ventures, dall’outsorcing alla subfornitura o subcontrattazione.
    Spesso i rapporti tra imprese nazionali ed imprese operanti all’estero è caratterizzato da un basso grado di controllo economico e un alto grado di rapporti di mercato o viceversa.
    In tutto ciò si infila la cosiddetta “rigidità salariale europea” che a mio avviso si traduce in un attacco impari ai lavoratori occidentali che non potranno mai competere in termini di retribuzione con quei lavoratori di territori in cui la manodopera è assolutamente priva di tutele.
    Ma il vero rischio è legato al trasferimento di know-out all’estero e quindi non ultimo il rischio Paese.
    Il fenomeno non è nuovo e ci arriva dagli Stati Uniti che per esempio hannno sempre considerato il Messico il paese destinatario delle loro delocalizzazioni.
    Dove la manodopera è meno tutelata come nei paesi dell’Europa Orientali, balcani e ex URSS la realtà di ricavi molto superiori ai costi si definisce e si etichetta.
    I paesi che ospitano il meccanismo di delocalizzazione si stanno rapidamente organizzando per le produzioni di massa.
    La Gran Bretagna guida la classifica con il 61% in termini di volumi totali e quel che ci aspetta è un incremento di questo valore anche per Germania e Benelux.
    Le società sono soddisfatte ma non lo sono i lavoratori autoctoni.
    Va ricordato che circa quattro progetti su dieci vedono come meta l’Asia ed in particolar modo l’India.
    Sul fronte della localizzazione, le impre europee, tranne la Gran Bretagna, si trovano ancora indietro rispetto alle loro rivali americane.
    Il declino dell’occupazione industriale nei paesi industrializzati non ha certo stimolato il dibattito in Italia che, a mio avviso, non affronta ed ignora il problema di dare delle spiegazioni e di regolamentare il mercato del lavoro a fronte dei drammi che la popolazione operaia deve affrontare.
    Quindi se da un lato la delocalizzazione è il risultato di una aumentata competizione a livello internazionale dall’altro la diseguaglianza salariale è motivo di arricchimento delle aree più povere del globo ma anche di perdita di qualificazione da parte delle aree più ricche.
    Dire che la performance sui mercati internazionali cresce con la delocalizzazione non è una falsità ma anzi è una sfida molto importante.
    Ignorare quel che accade ai lavoratori durante questo processo è un fenomeno che denuncia la mancanza di responsabilità degli amministratori locali e nazionalinei confronti di una pianificazione di riassetto territoriale.
    Sul fronte delle partecipazioni a imprese straniere, sono particolarmente attive le aziende manifatturiere (quindi anche la futura OMSA).
    Il 60% delle aziende italiane non delocalizzate ha finora puntato esclusivamente alla riduzione dei costi e questo, come ben sappiamo, ha prodotto una visione del mercato del lavoro interno povero ed insostenbile ai costi della vita reale.

    Alla fine si può ridurre l’essenza del problema ad una sola carenza strutturale interna ossia l’incapacità o l’assenza di interesse nei riguardi di quel mondo operaio che nel corso degli ultimi venti anni ha perso fette di legittimità e mancanza di prospettive alternative.
    Grazie all’opera solidale con l’industria di alcuni sindacati il “lavoro” è uscito fuori dal contesto “prodotto” e ci si meraviglia solo quando si tocca con mano che il processo è inarrestabile e ripetitivo.
    Chiedetevi come mai le piccole e medie imprese stanno subendo così tanto ostruzionismo da parte delle banche e nessuna “vera” strategia governativa sia stata attivata ad ausilio del tessuto imprenditoriale medio italiano?
    Vengono chiamati fenomeni di integrazione come l’allargamento Europeo….nel mentre muore chi non sopravvive.

    Alle lavoratrici OMSA tutta la mia solidarietà ma so bene che che certi processi andavano moderati con un certo anticipo sulle scelte finali e che se qualcuno deve rispondere di problematiche serie che investono il popolo italiano questo pò e deve essere solo il governo.
    Siamo ancora italiani per chi siede in Parlamento o solo pupazzi da parco giochi?

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