apr 11

L’ACCOPPIATA VINCENTE IN DEMOCRAZIA

Contro l’illegittimità dei partiti retti autocraticamente dai capi, dai duci, dalle élites o dalla burocrazia
(C. Esposito 1902-64)

Per anni non succede nulla, poi come per magia i nodi vengono al pettine.
Finalmente! dicono tutti. Era ora, affermo io a maggior ragione, dal momento che della questione della democrazia all’interno dei partiti ne ho fatto tema di tante iniziative, sociali, politiche e, per non lasciare nulla al caso, anche una causa civile pendente presso il tribunale di Milano.
Dicono che io sia una donna coraggiosa per aver toccato un tema così delicato. Ma non posso fare altrimenti, dato che di entrare in politica non me l’ha ordinato nessuno, e come tante donne l’ho fatto perché ho creduto fino in fondo ai dettami Costituzionali. Il 51 che ci rende pari (sulla carta). Il 2 e il 3 sull’inviolabilità dei diritti e sulla dignità sociale. Il 49, oggi attualissimo dopo le gestioni dispotiche dei tiranni di partito, incluse le appropriazioni indebite dei cassieri.

Hanno rubato diritti, sogni, linfa vitale
Voglio precisare una cosa che forse non è ben chiara a tutti. Questi soldi asportati da tesorieri truffaldini non hanno fatto solo un danno economico ma un enorme danno di democrazia. Sono stati rubati i sogni, la linfa vitale, gli spazi, le opportunità democratiche a tutti coloro che hanno creduto in una politica pulita. Hanno deprivato le donne, del 5% dei contributi che dovrebbero permettere loro un po’ di promozione femminile della politica, per lo stato di povertà in cui, in tutti i sensi versano le donne; le hanno defraudate del piccolo sollievo per evitare sempre e comunque di contare solo sulle proprie forze nonostante tutto, con risorse private: cuore, testa, gambe, e anche denaro proprio. Mentre la Costituzione dice altro. Mente la legge 157/99 sui rimborsi elettorali dice altro.
Siamo afone del nostro urlo che nessuno ascolta, siamo spossate del soffio di voce con cui da tempo stiamo cercando di dire la verità. Verità che nessuno ascolta. Serve coraggio per udire, e chi è sordo non sente né l’urlo né il soffio di voce. Il sordo per scelta non ha coraggio, oppure è compromesso egli stesso e accampa scuse.

La sentenza Micciché:
Chi non ha nulla da nascondere non si trincera dietro la esclusiva competenza del Parlamento in tema di rimborsi elettorali. E’ ciò che invece è avvenuto in corso di causa, presso il Tribunale civile di Milano. Alla nostra richiesta relativa ai fondi per le donne (5% dei rimborsi elettorali previsti dalla legge 157/99, art. 3) che pur essendo in bilancio, non risultano essere state erogate, la presidenza Idv risponde che non abbiamo competenza per chiedere conto, né noi né il giudice ordinario.
Ma la sentenza Micciché respinge tale ostacolo a far chiarezza sui conti di partito e spiega:
“Va esclusa l’assoggettabilità della presente vertenza alla giurisdizione domestica del Parlamento. E con questa frase si respingono le eccezioni di Idv di carenza di giurisdizione e decadenza …”.
In poche parole il magistrato di prima istanza esclude che sia solo il Parlamento a dover “spulciare” i conti di partito. E con questo anticipa la importante svolta che sta interessando la Corte dei Conti sui controlli dei fondi di partito. Nel frattempo il Collegio dei revisori dei conti della Camera con una lettera al Presidente Gianfranco Fini chiede al Parlamento interventi volti a rendere più efficaci le funzioni di verifica, attualmente solo formali.
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a sua volta spinge per attuare regole di democraticità all’interno dei partiti, richiamando l’attenzione all’articolo 49.

L’art. 49 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Sono poche sostanziali parole in cui i nostri padri costituenti hanno racchiuso l’essenza della democrazia.

Mai articolo fu così disatteso come in questi ultimi decenni. Eppure è antico il monito di costituzionalisti come Esposito, Crisafulli, Paladin. Carlo Esposito già oltre mezzo secolo fa scriveva: ” L’interpretazione razionale della disposizione [Cost. It., art. 49; ndr] vuole dunque che si riconosca l’illegittimità dei partiti retti autocraticarnente dai capi, dai duci, dalle élites o dalla burocrazia dei partiti,…”. Ed aggiungeva: “la solenne dichiarazione (della Costituzione italiana, ndr) che i singoli possono associarsi in partiti “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (se ha un significato e non consta di parole in libertà) implica innanzi tutto che i partiti siano organizzati in modo che i singoli cittadini associati determinino essi l’indirizzo dei partiti, attraverso cui dovrebbero concorrere in seconda istanza a determinare l’indirizzo politico dello Stato (…).

I capi, i duci, i padroni dispotici di partito, visti e temuti da Esposito sono cresciuti, pasciuti e ingrossati di potere in questa orribile Seconda repubblica. Foraggiati da fondi pubblici, mentre la gente è ridotta ai minimi termini. Ed eccoli i loro cassieri in filmati e tg con le mani nella borsa del denaro. Il Consiglio d’Europa, divenuto di dominio pubblico l’uso privato di denaro pubblico, boccia i partiti per irregolarità nei bilanci. E la sensibilità istituzionale verso il problema aumenta in rapporto all’enorme disagio dei cittadini impoveriti da tasse e balzelli mentre gli unici a nuotare nell’oro sono i partiti.

Da Taiwan a Berlino 18 passi di civiltà
Sull’articolo 18, un punto dello statuto del lavoratori di grande civiltà, ho già scritto. Volerlo abolire è una sorta di sindrome cinese che se dovesse contagiarci ci potrebbe far amaramente pentire come la Apple si è pentita dopo i suicidi a catena.
Non dobbiamo avere invidia non dei paesi meno civili. E da Taiwan a Berlino i 18 passi di civiltà in tema di diritti del lavoro sono quelli che se non portano avanti, almeno non spingono verso il basso la gente disperata. Gli articoli 49 della Costituzione e il 18 dello Stato dei Lavoratori sono due importanti punti di civiltà. Li unisco in questo combinazione fantastica perché prima di interessarsi del secondo è fondamentale mettere a fuoco il primo: L’articolo 49 e tutto l’insieme dei significati di potenza democratica inespressi e irrealizzati.

Sappiamo ad oggi abbastanza sull’uso di denaro pubblico. Alcuni partiti come il Pd hanno i bilanci certificati da revisori esterni qualificati. I Radicali sono i promotori dell’antico Referendum contro il finanziamento ai partiti. Attualmente il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo rifiuta di incamerare i soldi dei rimborsi elettorali.

L’Idv con Di Pietro annuncia un nuovo Referendum. Al partito dei Valori suggerirei di fare qualcosa di diverso: rifiutare i rimborsi dell’ultima trance, e dimostrare come sono stati spesi i fondi fino ad oggi. Quello che avanza restituirlo, comprese le somme del 5% che sono stati motivo di esclusione femminile dal partito. L’impoverimento delle donne è uno dei punti, e neppure il più importante della carenza di democrazia. Ma oggi di questo si parla e di questo io scrivo. Il resto è un dossier depositato agli atti.

Wanda Montanelli 12 aprile 2012

mar 16

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Il Project Finance senza controllo pubblico:
boomerang a scapito dei contribuenti

di Anna Rossi

Le truffe registrate a danno delle economie degli Stati Sovrani sono i risultati di architetture finanziarie che hanno scavato nel tempo un debito pubblico occultato nella contabilità di società di diritto privato ossia il cosiddetto “project financing”. Ma di cosa si tratta esattamente?
Il Project Finance (tecnica che rappresenta una sorta di “rivoluzione copernicana” nella cultura finanziaria italiana) si colloca nell’ambito di nozione di partenariato pubblico privato (PPP), una cooperazione che in Italia possiamo chiamare “autofinanziamento del progetto”.
Questa tecnica di finanziamento è alternativa al tradizionale finanziamento d’impresa.
Il finanziamento d’impresa ha per oggetto la valutazione dell’equilibrio economico-finanziario dell’impresa, e “il finanziatore” (solitamente una o più banche che valutano la richiesta d’impresa di finanziamento), eroga questo ultimo con garanzie reali o fideiussioni concesse all’impresa “oggetto del finanziamento stesso”. La finanza di progetto ha, invece, per oggetto la valutazione dell’equilibrio economico-finanziario di uno specifico progetto imprenditoriale legato ad un determinato investimento, giuridicamente ed economicamente indipendente dalle altre iniziative delle imprese che lo realizzano: il finanziatore finanzia una singola idea o progetto di investimento. L’attenzione dell’investitore nel Project Finance è focalizzata esclusivamente sulle caratteristiche dell’affare che viene prospettato e sulla sua capacità di rimborsare il finanziamento stesso.
In caso di insuccesso del progetto i finanziatori possono rivalersi sui beni del progetto o sui promotori (rivalsa limitata) dello stesso, a seconda di quanto pattuito.
Nella maggior parte dei paesi industrializzati (paesi ad estrazione anglosassone) la formula del Project Finance è utilizzata per la realizzazione di opere pubbliche infrastrutturali e da circa vent’anni anche l’Italia, dapprima restia per motivi culturali all’utilizzo del PF, utilizza questo strumento “utile”. Ecco che il nuovo modello di Stato meno gestore ed erogatore diretto di risorse e più regolatore si viene ad affermare in coerenza con le politiche economiche che non si realizzano più con la spesa pubblica.
Fin qui sembrerebbe tutto filare liscio come l’olio.
Peccato che solo una gestione efficiente e qualitativamente elevata (fase di gestione dell’opera) consente di generare i flussi di cassa necessari a rimborsare il debito e remunerare gli azionisti!
Non è il caso italiano. Se da una lato le Amministrazioni Pubbliche si sollevano, in tutto o in parte, dagli oneri relativi al finanziamento di un’opera infrastrutturale dall’altra si affida al settore privato la gestione dell’opera dimenticando quasi sempre la supervisione sulla qualità del servizio/prodotto e talvolta anche la pienezza dell’utilizzazione commerciale.
Quale mucca migliore da mungere di un pubblico che risponde degli “errori” del privato?
Queste imprese moderne, le cosiddette post fordiste, hanno una caratteristica fondamentale: non hanno più un legame con il territorio, attivano prestiti come società di diritto privato (es. Tab Spa e Infrastrutture Spa che sono società di proprietà pubblica) e li erogano con la garanzia totale del socio pubblico. Queste società private di proprietà pubblica grazie al comma 966 sono tenute fuori dalla contabilità nazionale e solo dopo anni ed anni il debito occultato nella contabilità salta fuori.
Naturalmente queste imprese sono presenti nel mercato nel momento in cui ci sono grandi opere da concretizzare e con determinate caratteristiche. Imprese virtuali che subappaltano tutto.
In un paese come l’Italia di opere inutili e di danaro pubblico sprecato la conta del disastro è sotto gli occhi di tutti ma colpevole di questa razzia è la classe dirigente italiana che in un silenzio tombale ha avallato ruberie indicibili.
I debiti del project financing o delle società di diritto privato di proprietà pubblica non figurano nel 120% del Pil eppure sono debito pubblico a tutti gli effetti che prima o poi emergerà esplodendo e travolgendo l’economia tutta.
L’adozione della logica del PF, essendo basata su criteri dinamici, prospettici e, fondamentalmente, reddituali-finanziari, può consentire a questo “tipo di aziende” di sfuggire a forme di razionamento del credito, aumentandone di fatto le possibilità di ricorso al mercato finanziario (Wynant, 1980).
L’Amministrazione Pubblica nel corso di questo ultimo ventennio è stata svuotata dei suoi migliori tecnici i quali avrebbero potuto valutare, a garanzia del pubblico e quindi dei cittadini, la ricaduta sullo sviluppo reale dell’investimento. La formula PF, correttamente applicata, avrebbe dovuto assicurare vantaggi in termini di efficienza in quanto il rispetto dei tempi di realizzazione e la corretta gestione dell’opera sono condizioni essenziali che il privato deve osservare al fine di conseguire quei flussi di cassa che pagano il debito contratto e non solo.
La supplenza del privato non è stata però di stimolo per la pubblica amministrazione italiana che ha abdicato completamente al proprio ruolo istituzionale grazie anche alle molteplici e complesse disposizioni legislative e alle lentezze burocratiche.
Per l’Italia la formula PF contiene elementi fisiologici d’incertezza e quindi di rischio.
Per concludere: quale formula migliore per svuotare le casse di un paese ricco sia nel pubblico che nel privato se non l’indebitamento occultato ad orologeria?
In questo processo di cambiamenti strutturali in cui la cultura di un paese rappresenta solo un muro da abbattere non c’è futuro per nessuno e come in tutti i big bang che si rispettano non resterà che ricominciare daccapo. Peccato! Pensate a quante energie sprecate e regalate a questi tristi signori del pianeta!

Anna Rossi
Docente di Business English
Facoltà di Scienze Sociali – Roma – Angelicum
Roma, 16 marzo 2012

gen 30

L’art. 18 per un’ astrusa lotta di classe

La stampa cercando lo scoop sollecita risposte sull’art. 18. Lo ha fatto anche Lucia Annunziata domenica 22 gennaio sul suo programma della Rai In mezz’ora. Ha reiterato la domanda, pressando e dando quasi per scontato l’intervento del governo sul punto cruciale dello Statuto in aperta discussione mediatica, ma Monti non ha dato conferme se non indirette. E’ una sua tattica verbale esprimersi per litote. Il giorno dopo invece alcuni quotidiani hanno aperto con il titolo”Monti dice no ai tabù sull’art. 18!”.

LA MINORANZA RUMOROSA CHE ODIA L’ART. 18
Le statistiche stabiliscono che due lavoratori su tre sono tutelati dal famigerato articolo dei lavoratori. Ci sono interpretazioni e verità di parte anche nella lettura dei sondaggi. Ma non importa. La maggior parte degli italiani amano l’art.18. Alcuni lo odiano. Sono pochi ma fanno più chiasso dei molti. E’ una “minoranza rumorosa” che ad ogni problema che presenta l’Italia tirano fuori l’art. 18. Come se fosse una pozione magica in grado di fare miracoli e risollevarci da ogni cosa attanagli l’esistente. Sembrano essere convinti che tutti i mali del Paese scaturiscono dal fatto che “un lavoratore non può essere licenziato senza giusta causa”. Sicché se da domani ogni lavoratore potrà essere preso a calci senza giusta causa andrà a posto tutto. Abbiamo problemi di pil, delinquenza minorile, violenza alle donne, alluvioni, ambiente disastrato, ecc… Ma ciò che importa più di tutto è l’art. 18. Come se abolito quello l’Italia risorgesse!
E’ un fatto di principio, ed è un vero feticcio simbolico. Ma lo è per loro. Non per i lavoratori! Lo è per chi ogni sera va a dormire e pensando all’art. 18; ogni mattina si alza con un cerchio di mal di testa ed convinto che non gli passerà se non cancellano l’articolo 18.

Mentre per i lavoratori lo Statuto è una norma di garanzia e civiltà, amata quasi quanto la Costituzione, per costoro lo stesso insieme di norme civili sul lavoro diviene un totem da incubo, che si specchia nella loro turbata coscienza e non li fa appisolare la notte. E’ un’ossessione. Sognano tute di operai con macchie di grasso di automobili indossate da uomini muscolosi che invadono le piazze e manifestano scandendo “DI-CIOT-TO, DI-CIOT-TO, DI-CIOT-TO”. L’incubo nasce credo da malcelati ancoraggi al loro “status” sociale, e diviene una specie di braccio di ferro da vincere ad ogni costo. E’ una lotta di classe. E’ vero lo è. Ma chi dichiara guerra non sono i lavoratori che già ai primi chiarori dell’alba hanno ben altro a cui pensare.

Penso che molte di queste minoranze rumorose dovrebbero essere grate allo statuto dei lavoratori e all’art. 18. Gli permette di confermare se stessi e di campare di rendita (dal punto di vista mediatico si capisce) ritrovandosi sulle prime pagine di giornali, blog, social network e pubblicazioni più o meno dotte.
Da noi ogni volta che si dibatte dell’argomento, per esempio, viene menzionato, intervistato, coinvolto immancabilmente Pietro Ichino. E’ una consonanza automatizzata, come la tombola napoletana: “Uno: l’Italia!; Cinquanta: ‘o ppane!; Diciotto: Pietro Ichino!
Dovrebbe amarlo molto l’art. 18 il professor Ichino che ogni tanto rinnova la sua fama e lo riporta in agenda setting.

Preferisco leggere pareri di donne come Rosy Bindi, la quale giustamente afferma che la nostra priorità è il precariato non l’art.18. Chiara Saraceno in un articolo su Repubblica del 23 gennaio scrive: “…Se la creatività della classe imprenditoriale italiana si applicasse ai prodotti e ai processi produttivi con altrettanta intensità di quella sfoggiata nell´utilizzare le possibilità offerte dai contratti di lavoro per non investire nel capitale umano, forse avremmo minori problemi di competitività in Europa e nel mondo”. Susanna Camusso conferma che la vera occupazione è a tempo indeterminato, e ha ragione perché solo chi ha certezze e basi sicure investe e fa muovere l’economia. Elsa Fornero ministro del Welfare, ha ben preciso il concetto che se i salari sono bassi l’economia si ferma. Allora i due principali motivi della stagnazione sono il precariato e i salari bassi. Mi domando quante volte mangia in un giorno Jamie Dimon, il banchiere di JP Morgan Chase Bank che ha appena registrato il 50% dei profitti, e quanti caffè beve l’altro 10% della elite mondiale che come lui controlla l’83% di tutte le ricchezze. Quante volte mangiano e bevono? Tre, cinque?
Quanti tubetti dentifricio usano in un mese? Quante paia di scarpe comprano in un anno, dieci, cento? E nei bar, nelle panetterie, nei taxi, nei cinema, dal ferramenta, dal fisioterapista, dal parrucchiere, dal libraio, in palestra, a scuola, in piscina, a quante volte vanno in un anno?
Ammettiamo che il quoziente di media sia dieci, e che il quoziente 10 soddisfi tutti i bisogni – anche esagerati – di quel 10% che detiene l’83% della ricchezza mondiale, come si fa a non capire che quella quantità di ricchezza in poche tasche e non utilizzata per consumi, crescita, cultura, cibo, nascite, cure, divertimento del 90% della popolazione mondiale è la causa della stagnazione. Come si fa a non capire che il benessere va re-distribuito?
Non c’è articolo 18 che possa fare il miracolo se la ricchezza resta in tasca ai pochi, ai quali non si può chiedere di scoppiare mangiando 90 volte al giorno al posto di chi non mangia, e nemmeno di moltiplicare la loro soggettività vivendo tutte le opportunità – che sono fattori di crescita imprenditoriale, sociale, culturale – che i precari e i poveri non vivono.

EGOISMO E MALA FEDE: SINDROME CINESE
Penso che ci sia una notevole dose di malafede in chi attacca i diritti dei lavoratori. La scusa più banale è che non possono esistere due categorie sociali tra i lavoratori stessi. Quelli iperprotetti (ma perché iper?) e quelli allo sbaraglio. E piuttosto di estendere la protezione a tutti, si pensa di abolire i diritti a chi ce li ha, e allargare il precariato. A questo punto mi chiedo se per sollevare i terremotati dal vivere nei container si renda necessario mandare in abitazioni precarie tutti gli altri cittadini che una casa invece ce l’hanno; o se per essere equi con chi rischia di annegare in un naufragio occorra buttare a mare tutti, anche chi una scialuppa di salvataggio l’ha trovata.

Probabilmente il modello che li convince è quello cinese. Ed è grazie a queste balorde teorie del “mal comune mezzo gaudio” che hanno così proliferato in Italia aziende che non avrebbero diritto di esistere nemmeno nei paesi del terzo mondo. Ditte che si trovano nel limbo del non diritto. Vivono in Italia ma è come se fossero in un interregno senza governo. Sono cinesi soprattutto, ma anche padroncini italiani che degli stessi si avvalgono in subappalto, ed a loro è permesso tutto: lavorare 12-14 ore, dalla mattina alla sera, sette giorni su sette. Coinvolgere bambini e vecchi nella produzione realizzata in maniera strenua e ripetitiva. Mandare i loro incassi (al netto delle tangenti ai prestasoldi che li hanno condotti in Italia) nei loro paesi d’origine. Ebbene l’economia del bel Paese non potrà mai competere con questi schiavi moderni. Per quale motivo nessuno parla di questa realtà tra i dotti professori che hanno la bacchetta magica della soluzione per la crescita? Nessuno prende in considerazione questa concorrenza sleale perpetrata dai cinesi, ma che se fossero italiani o svizzeri sarebbe lo stesso.
Perché invece di farsi scudo dei precari italiani, nell’odioso tentativo di porre i lavoratori uno contro l’altro, padri contro figli, affermando che sono quelli tutelati dall’art.18 a frenare la nascita di nuovi posti di lavoro, non vanno al cuore del problema ? Mi chiedo come mai nessuno si ponga il dubbio che 54mila ditte cinesi esistenti senza regole in un paese “a parte” che potremmo chiamare Cinalia” non abbiano frenato l’economia italiana e chiuso la possibilità di nuovi posti di lavoro nelle aziende manifatturiere di borse, scarpe, divani, mobili, eccetera. Ditte che avrebbero potuto essere impulso alla crescita, con diritti, tasse pagate, e posti di lavoro veri, non lager in cui si raccolgono persone che per bisogno accettano lo condizione di schiavitù, si nascondono nei sotterranei di “terre di nessuno”, dove nessuno va a bussare, se non qualche coraggioso giornalista, come Riccardo Iacona, o Emily de Cesare che in Crash, il reportage di Raitre in onda in ore notturne ci fa sapere: “C’è un settore nell’economia mondiale che non sembra risentire della crisi globale: è la grande industria manifatturiera di provenienza cinese. Nel nostro Paese, negli ultimi 8 anni, gli imprenditori cinesi sono aumentati del 150%, superando la soglia delle 54.000 ditte, e il fatturato annuo è di circa 2 miliardi. Un modello di mercato che però troppo spesso sembra basarsi sul non rispetto delle regole: il più delle volte si lavora in capannoni alveare dove si mangia, si dorme e soprattutto si lavora clandestinamente. I cinesi sono al primo posto nel flusso di rimesse all’estero e questo un fiume di denaro è in gran parte denaro contante, che sfugge ai controlli del fisco italiano”.
Il servizio dimostra che nessuno di questi imprenditori cinesi prende denaro con assegni o con carte bancomat. Non risulta nulla. Anche se si tratta di pagamenti in migliaia di euro i cinesi esigono pagamenti cash, un biglietto sull’altro.
Questo denaro che va all’estero non è denaro tolto al reinvestimento e alla crescita in Italia?
Perché non si fanno controlli obbligando tutti a rispettare le leggi italiane? A chi conviene avere questi modelli di efficienza schiavista? Cosa è, cosa sono? Campi di osservazione di alienazione umana? Modelli di efficienza da cui apprendere come il lavoratore schiavo è felice di stare 14 ore sulla macchina da cucire senza alzare la testa e mai distrarsi nemmeno per osservare scorrerie di sorci che attraversano il capannone in lungo e in largo?.
Se è questo il modello bisogna essere chiari e convenire che la “sindrome cinese”, è anche connivenza con il loro sistema, favoreggiamento di tutti coloro che potendo farlo non intervengono, ed hanno solerzia al contrario per sviluppare teorie sulla “crescita” che affama i più poveri. Soggetti che in malafede sostengono come i lavoratori stranieri siano felici di restare in schiavitù, mentre intervistati a quattr’occhi questi nuovi oppressi sognano il “modello Italia” con turni di lavoro di otto ore, riposo del fine settimana, ferie, e diritti.

Non sarebbe meglio invece di copiare il peggio imitare i virtuosi? A Davos, nel World Economic Forum, il modello nordico risulta vincente, e non solo perché vi sono territori con maggiori opportunità, ma perché l’intelligenza e l’altruismo sono spesso premianti. Eppure lì se ne pagano molte di tasse, ma nessuno si lamenta perché i soldi son ben impiegati e funziona tutto. Federico Rampini sul suo blog di La Repubblica titola “Davos, udite udite, scopre le diseguaglianze” e si chiede se la superélite globale che si riunisce come ogni anno al WEF abbia finalmente compreso che l’eccesso di “hubris” dei ricchi può provocare l’inizio della loro fine. “Sarà la miccia per l’esplosione di conflitti sociali gravi?” .
Scrive Rampini che Jacob Hacker e Paul Pierson, i due scienziati della politica più discussi in questi giorni, smontano le teorie sull’inesorabilità dei due trend: globalizzazione e progresso tecnologico, ed affermano che le diseguaglianze sociali non sono affatto fatali, sono “fabbricate” dal sistema politico: “…Da una politica definita come un gioco di carte: “Il vincitore prende tutto”. L’economia e la politica del “vincitore prenditutto” sono malsane: le oligarchie esercitano un’influenza sproporzionata sui governi; “vecchie liberaldemocrazie diventano delle plutocrazie con livelli di diseguaglianza paragonabili al Ghana, al Nicaragua, al Turkmenistan”.
Ecco, appunto, paragoni al sottosviluppo e alle disuguaglianze di altri territori come nella sindrome cinese che si diffonde in Italia. Speriamo che i nuovi egoismi dettati dalla paura possano chiarire bene cosa e come cambiare impegnandosi a realizzare società meno ingiuste.
Al Consiglio europeo di Bruxelles del 30 gennaio Nicolas Sarkozy anticipa che ha intenzione di fare da apripista con la Tobin Tax sulle transazioni finanziarie. E’ la seconda azione degna di un buon capo di Stato che mette in atto. L’altra è la legge francese che punisce il negazionismo del genocidio armeno. Direi che in questo caso dimostra di sapere che la prima “fabbrica” di equità è il sistema politico.

30 gennaio 2012, Wanda Montanelli

ago 19

L’articolo di Daniele Biacchessi “Giù le mani dal 25 aprile” sul suo blog Italia in controluce del 18 agosto, è letto in radio, ed è sull’intenzione di spostare il 25 aprile alla domenica successiva. Per sentirlo mi perdo un po’ di rassegna stampa di Massimo Bordin. Mi dispiace perché è la migliore, ma ne vale la pena. Altroché. In 15 righe il vicecaporedattore di Radio24 esprime la sintesi: “E’ come se si chiedesse agli americani di spostare di qualche giorno l’anniversario dell’indipendenza (4 luglio), come se si chiedesse ai francesi di posticipare il giorno della presa della Bastiglia (14 luglio)”.

I francesi a un’ipotesi del genere sarebbero già in piazza con il drapeau tricolore, bleu, blanc, rouge, chi in canottiera, chi in chemise Lacoste, agguerriti come il coccodrillo simbolo della Polo di Renè, a cantare “Allons enfants de la Patrie, Le jour de gloire est arrivé. Contre nous, de la tyrannie…”. E speriamo solo a cantare, ma ne dubito.
Gli italiani invece, presi in contropiede dalle preoccupazioni della manovra fiscale, intorpiditi dal caldo agostano maggiormente sofferto da masse di cittadini senza vere vacanze, facendo la spola tra spiagge libere e casa d’abitazione, tra il rudere in collina della nonna e il bicamere in periferia, sono statici.
Siamo tutti immobili in attesa del peggio. Ma più che altro increduli. Troppo abituati alle regole del convivere democratico, non ci rendiamo conto che zolla dopo zolla ci stanno portando via la terra da sotto i piedi.
Così ci rifilano il peggio di ogni possibile soluzione. Contando sulla nostra inerzia, chi governa mette in cantiere progetti di cambiamenti istituzionali, costituzionali, sociali, che non c’entrano nulla con il problema del debito pubblico e con la manovra fiscale, ma che per una strana alchimia perversa, dovendo predisporre l’antidoto al male, pensano che sia arrivato il momento della resa dei conti e preparano la pozione avvelenata. Perché per loro il male è la democrazia, per loro il male è “La sovranità che appartiene al popolo”, per loro il male è il decoro della persona che lavora e che quindi ha diritto ad uno statuto dei lavoratori. E’ lui il soggetto: il lavoratore. Ma questi assoggettati della politica illiberale non intendono mantenere l’uomo al centro della fruizione del diritto. Lo Statuto dev’essere, secondo costoro, “dei Lavori”. Sono i lavori a preoccuparli, perché si sforzeranno di “pensare” a come rendere tali lavori sempre più proficui per chi in essi investe e sempre più miserabili per chi lavora. Sicché non ci saranno limiti a diminuire le paghe, imitando Cina e Bangladesh, e osservando gli italiani nelle loro reazioni; nell’accettazione disperata di qualsiasi cosa purché si lavori: cococo – cocopro – a tempo determinatissimo – interinale, o ancora in nero. Scrutando come con la lente al microscopio la nostra trasformazione da italiani viziati dal diritto costituzionale in ibridi dalla pelle chiara ma lo standard comportamentale indo asiatico: poveri, precari, senza futuro, ma con la testa china ed il sorriso stampato per la gratitudine di esistere comunque. Anche con le pezze al culo. Li gratificherà molto la nostra trasformazione in cinesi. Senza offesa per gli orientali della repubblica popolare ma sono certa che questi autoritari gestori del precariato italico proveranno un senso di libidine profonda nell’immaginare di trasformarci tutti in cinesi.
Con la globalizzazione si pensava di elevare verso l’alto la qualità della vita dei “senza diritti”, ed è accaduto che invece ci siamo noi livellati verso il basso. Ma l’asticella è continuamente spostata verso giù, sicché la soddisfazione massima potranno provarla quando ci vedranno strisciare per terra senza midollo né spina dorsale.
Reclamano il diritto di licenziare.(AGI – Roma, 17 ago: Manovra: Crosetto, giusto poter licenziare liberamente) Ma c’è già il diritto di licenziare. Da che è nata la repubblica si licenzia per comportamenti scorretti del lavoratore. Si mettono gli operai in cassa integrazione quando la fabbrica è in crisi, si manda via chi è disonesto.
Ed è paradossale che lo reclamino adesso. Quando c’è la crisi. E’ come se in un naufragio con tanti annegati, invece di salvare i pochi in canotto, si buttassero a mare tutti. E’ questo che vuol dire il diritto di licenziare: buttare a mare i pochi che mantengono in piedi l’economia facendo acquisti, magari con cambiali e prestiti perché hanno il posto fisso.

Tutto ciò non ha senso. Lo avrebbe se dopo una sperimentazione ventennale dello pseudo-liberismo esasperato e ignorante l’Italia fosse fiorente. Non lo è. La maggior parte degli italiani non è mai stata così male. Abbiamo rubato i sogni ai giovani, possessori quando va bene dell’ultimo modello di telefonino acquistato con la paga precaria di un mese. Uno specchietto per allodole. Per negare a se stessi e agli altri di non aver nulla, oltre al diritto di mandare cento sms al giorno (ma a chi, al Padreterno?) con l’ultrasconto in offerta speciale. Nulla. Neanche più la voglia di cercare lavoro. Per entrare nel limbo degli inoccupati o dei disoccupati. E quanto siamo bravi in Italia ad aumentare le tipologie dei “non lavori”.
Si intende cambiare lo Statuto. Non tanto per fare lo statuto “dei lavori” quanto quello dei “non lavori”. Dove il soggetto principale è il denaro, e i beneficiari quella piccola percentuale di straricchi. E’ un dato statistico Banca d’Italia che il 10 % delle famiglie italiane detiene circa il 45 % della ricchezza nazionale; ed è così da dieci anni a questa parte. Durante questo tempo il 90% della popolazione italiana si è accontentata di spartirsi il restante 55 percento della ricchezza prodotta.

Certi illiberali di governo non apprezzano le cose dai contorni netti: la Festa del 21 aprile, lo Statuto dei lavoratori, la Costituzione italiana. Non amano niente di tutto questo gli ottusi. Troppo bene è scritta la nostra Carta fondamentale, compresa da tutti e chiara. Non va bene. Bisogna mettervi mano e renderla più confusa e incomprensibile.
Dati i risultati, dato che il Paese è fermo, chi governa dovrebbe domandarsi se è meglio concentrare la ricchezza in poche mani e bloccare tutto o scegliere di re-distribuirla per incentivare i consumi gli investimenti, la produttività. Essere non-ottusi significa cercare la spinta propulsiva che si trova in quell’unica strada del bene pubblico, del mettere le persone, donne e uomini, al centro degli interessi di chi si occupa di gestire la cosa pubblica. Eppure è facile dedurre che il successo in economia va perseguito attraverso la ricerca della felicità di più gente possibile. La felicità interna lorda, il Fil dovrebbe essere l’obiettivo di chi governa. E’ un discorso di generosità, ma anche se volete di egoismo intelligente.

Wanda Montanelli, 19 agosto 2011

giu 25

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Da Valenzi a de Magistris un salto generazionale,
forse davvero ultima speranza per Napoli

E’ una brutta immagine. Il film di Nicholas Meyer mi dava meno afflizione. The Day After del 1983 Sapevo che era finto. A Napoli oggi è tutto vero, purtroppo.
Chi come me ha lasciato da molto tempo Napoli per cercare altrove sbocchi alla propria esistenza, spera che un giorno qualcuno compia il miracolo e che il senso di rifiuto che ci ha allontanato possa trasformarsi in nostalgia, o invidia per chi è rimasto.
Ancora così non è. Abbelliamo i nostri ricordi con aneddoti dell’infanzia, storie di generosa umanità, memorie del palcoscenico aperto a qualsiasi improvvisazione ‘a braccio’ da commedia dell’Arte che nei vicoli di Napoli si rappresenta tutti i giorni. Ci beiamo del consunto dvd di ‘Natale in casa Cupiello’ progettando di andare a comprare bellissimi pastori a San Gregorio Armeno. La strada famosa per l’arte presepiale la incrociamo da Spaccanapoli l’insieme di sette vie che solca geometricamente il centro storico. Siamo lì domenica 19 giugno, al ritorno da Ischia, anticipato appositamente per mangiare la pizza. Non una pizza qualsiasi, ma “la pizza” di Michele a Forcella. Sul traghetto con i miei amici passiamo tempo a discutere se sia il caso di andare da Brandi, l’originale inventore della pizza in omaggio alla regina Margherita di Savoia. L’orario per fortuna non ci dà scelta. Alle quattro del pomeriggio solo Michele è sicuramente aperto. Esulto in silenzio perché sono anni che tentano di dirottarmi da Brandi senza riuscirci.
Il Rettifilo dopo via Marina espone cumuli di immondizia e cassonetti bruciati. Ancora qualche residuo carbonizzato spande nell’aria un odore acre e un’immagine surreale. Da piazza Garibaldi percorriamo a piedi un lungo tratto di strada osservando i palazzi tardo ottocenteschi di corso Umberto. Pochissima gente per strada nella torrida giornata pre-estiva. I negozi tutti chiusi. Bancarelle nessuna. Neanche i nigeriani con le cinture taroccate. In via Cesare Sersale scorgiamo ancora saracinesche abbassate. Michele è chiuso. Accidenti avevamo dimenticato che fa riposo la domenica.“Iatevenne add’ o Trianon. E’ fernuto l’impasto!” raccomanda il proprietario della storica pizzeria Michele quando la chilometrica fila di avventori esaurisce le scorte di pasta fermentata. Però stavolta basta voltarsi per notare anche l’altra saracinesca abbassata.

Oltre Forcella, proseguiamo per la stretta via Duomo. Una donna anziana magrissima vende poche sigarette su una cassa di legno di frutta. Dei rumeni bevono birra acquistata in un minimarket arabo. Il kebab è offerto da un cartello colorato al di fuori di una stretta porta. E’ una specie di basso e ci hanno fatto una bottega araba.
Un giovane con la camicia aperta e una grossa catena al collo ci osserva: “Una pizzeria aperta?” gli chiedo e lui ci manda più su alla pizzeria del Presidente, “pecché Clintòn (con l’immancabile accento sulla seconda sillaba) “primma s’accatte e cravatte ‘e Marinella e po’ se magna a pizza ‘addo Presidente”.
Avanziamo nel cuore di Napoli, dietro di noi quattro giovani procedono a passo veloce. Un altro ci viene incontro con il motorino. “Non cerchiamo il pericolo?”, mi dicono gli amici. Quattro giovani ci seguono. E’ l’ipotesi di uno scippo. “No, non succede niente a Forcella. Guardali negli occhi e ci vedi il mare”.
“Ma se sono con gli occhi neri”.
“Non hai letto Proust” rispondo.

Se a Napoli togli il mare spegni anche la luce negli occhi dei suoi abitanti. Quando mi capitò di leggere “Il mare non bagna Napoli” di Anna Maria Ortese, provai lo stesso senso di spegnimento dei rumori, delle voci e della musica. Come nella domenica pomeriggio davanti ai cassonetti bruciati e il Corso semideserto. A quel tempo esprimevo la mia passione politica attraverso le canzoni, e nel 1983 all’elezione del sindaco Valenzi composi il brano “Non è vero che il mare non bagna Napoli”. Maurizio Valenzi era considerato un sindaco galantuomo semplice e leale, un campione dei valori della libertà e uguaglianza. Il primo sindaco comunista, ed io salutai la sua elezione come un evento estremamente positivo. La sinistra che inseguo è un po’ a modo mio, quindi non da comunista, ma da attenta osservatrice dei mali di Napoli, mi piacque quel sindaco tunisino-livornese di cui tutti parlavano bene.
“No, non è vero che il mare non bagna Napoli / che la speranza col vento non soffia più.
No, non è vero che dentro son tutti morti / se tocchi il fondo qualcosa ti spinge su…”

E poi da quando andavo all’asilo ogni tanto sentivo qualcuno dire nel pieno dell’ esasperazione: “Adda venì baffone!”
Chi fosse baffone non era dato di sapere, perché la spiegazione più accettabile, tra tante strampalate che mi venivano dette, era che un giorno qualcuno con i baffi sarebbe arrivato a mettere le cose a posto, ed aiutare i poveracci che penano la vita.
Beh, de Magistris non ha i baffi. Nemmeno è comunista. Che dire? Potrebbe avere la luce negli occhi come i ragazzi di Forcella, e come la bambina apparsa a Gilberte Swann, lungo il sentiero dei biancospini nella Recherche.
Noi che vediamo il mare dove non c’è, e gli occhi del colore che ci piace immaginare, non ci rassegniamo. L‘elezione di de Magistris, con un salto generazionale, è forse l’ultima speranza di Napoli. Dovrebbe capirlo anche chi fa grezzo ostruzionismo per questioni di potere fine a se stesso. L’analisi degli interessi incrociati che auspicano il fallimento del Sindaco venuto da lontano è su tutti i giornali, da qualsiasi parte la si osservi. Pensando a costoro mi viene in mente un imbecille che un paio di anni fa buttava rifiuti e liquami nella Grotta Azzurra. Faceva karakiri. Come adesso i camorristi o gli oppositori di regime. Certe volte mi chiedo dove credono di poter andare questi guastatori quando avranno avvelenato tutto?

Di contro leggo: “de Magistris per ora può avvalersi del completo sostegno della cittadinanza che, compatta, si è dichiarata solidale con il suo sindaco. Infatti, in molte zone della città sono sorti comitati autonomi di raccolta differenziata e molti disoccupati si stanno adoperando per ripulire le spiagge e il lungomare. Si sta diffondendo rapido il porta a porta, che in alcuni quartieri raggiunge una percentuale di riuscita pari al 65%. Nel futuro progettuale del Sindaco c’è la necessità di costruire un impianto di compostaggio che renda Napoli e la Campania completamente autonome e indipendenti, e libere dai rifiuti per strada”.

Allora ritrovo il mio testo:

“Dopo il contagio, la gente si immunizzò
Lungo il letargo e grave la malattia/
ma la speranza col vento poi ritornò”.

Giugno 2011, anno della Rinascita.

http://www.vogliounasinistramodomio.net/contenitore/cantautori/

Wanda Montanelli

giu 10

CONTRO L’INCUBO NUCLEARE ESORCISMI DI SETTE RAGAZZI SOSTENUTI DA GREENPEACE
E DA TANTA PARTE DEL PAESE CHE TORNERA’ A VOTARE

E a Milano altre 5 schede elettorali per l’ambiente

“I pazzi siete voi”
Intervista ai sette protagonisti
chiusi in un bunker antiatomico


Non si mangia l’insalata. Né latte, formaggi, carne o pesce. Noi che siamo andati alla ricerca di scatolette arrugginite ai tempi di Chernobyl sappiamo che significa. Era 25 anni fa il 26 aprile 1986. E’ la storia che si ripete per chi non è promosso nell’evoluzione sociale come gli studenti asini che ripetono l’anno per insanabile zucconaggine.
Nell’ottantasei Tripoli e Bengasi erano bombardate come adesso. Al tempo l’ordine lo dava il presidente-attore Ronald Reagan, oggi i ribelli libici sostenuti dalla Nato. Chissà perché non siamo in grado di mettere fine ai problemi che precarizzano e mettono in pericolo la vita di tanta umanità.
Quella del nucleare era una battaglia vinta. Il referendum l’8 e 9 novembre 1987 dopo un anno e mezzo dal disastro atomico russo ottenne la partecipazione di massa ed un enorme successo dei tre sì dei quesiti (dal 72 all’80%) . I governi di allora dal 1988 al 1990 di Goria, passando per de Mita e poi Andreotti stabilirono definitivamente il 26 luglio 1990 con la delibera del Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) la fine del programma nucleare. Gli abitanti di Latina, Trino, Caorso e Montalto di Castro tirarono un sospiro di sollievo. Tutti gli italiani festeggiarono.
Invece rieccoci a non mangiare insalata. Non per il batterio Escherichia coli mutato come un killer trasformista che per colpire le sue vittime non si fa riconoscere. La prudente attenzione agli ortaggi non lavati non c’entra. Si ritorna a distinguere la foglia larga, il latte in polvere, i cibi confezionati pre-catastrofe anelati come preziosità, e le ossidate scatolette di aringhe e fagioli acquistate a caro prezzo come delicatessen dal valore inestimabile.
Come la guerra in Libia si è ripetuta la catastrofe nucleare a Fukushima e di conseguenza la motivazione a votare al referendum. La moviola che ci riporta gli stessi avvenimenti del passato è vista e diffusa. I tentativi di frenare la trasmissione di immagini e l’ondata di emozioni che come lo tsunami giapponese invadono l’immaginario pubblico non hanno del tutto funzionato. I nuclearisti di governo non sono riusciti a frenare la comunicazione sui referendum. L’informazione, anche quella obbligatoria delle tv pubbliche, è partita con notevole ritardo. Ma i movimenti, le associazioni, i blogger, gli artisti hanno funzionato alla grande. Celentano fa da capofila e val la pena citarne uno per tutti, non fosse altro perché sappiamo che il ragazzo della via Gluck si è dimostrato rispettoso della natura in tempi non sospetti.
Tra i partiti da Bonelli a Vendola, da Bersani a De Magistris le dichiarazioni a favore del referendum, che comprende il Sì per l’acqua pubblica e quello per l’abolizione del legittimo impedimento, si consumano in piazza, nei portali internet, sui fogli cartacei di tanta stampa ecologicamente rivolta alla pulizia di mari, cieli e politica nostrana.
La tv generalista di Stato non ha fatto bene il proprio dovere e il 24 maggio 2011 il segretario dei Radicali, Staderini era in video travestito da fantasma per protestare contro il silenzio Rai sui referendum. Però grazie alla rete le notizie volano da un sito all’altro. Nuotano nel fiume di byte con mille rivoli e affluenti dei Comitati per l’acqua, i Gruppi pro-referendum, gli eventi pubblici sui quattro Sì. Su Facebook, Twitter, Myspace, e passano da file a file nell’inarrestabile corsa alla mobilitazione del 12 e 13 giugno.

I Pazzi siete voi, è l’iniziativa di sette ragazzi.. Stanno in un bunker antiatomico come se fosse esplosa una centrale nucleare. Sono sostenuti da Greenpeace e provano a vivere come se fuori l’atomo nefasto fosse pronto a devastare la natura umana, come già fa a Fukushima purtroppo. Le particelle radioattive sono all’esterno della loro casa sigillata esistente in un quartiere di Roma. Si chiamano Alice, Luca, Giorgio, Alessandra, Marco Silvio e Pierpaolo. C’è segretezza assoluta sul luogo che comunque potrebbe essere al Testaccio, come al quartiere Prati di Roma, a Ostia come a Trastevere.
Li intervisto tramite la loro addetta stampa di Greenpeace Rebecca Borraccini.

In quale zona di Roma vi trovate?
Risposte dei ragazzi nel bunker: Vorremmo mantenere segreta la nostra collocazione geografica, perché siamo convinti che tutti debbano sentirsi chiamati in causa. Un incidente nucleare potrebbe avvenire ovunque ci sia una centrale.

Gli abitanti dei dintorni si sono accorti di voi?
R: Ci sembra che nessuno si sia accorto di noi. Un po’ per la posizione fortunata della casa, un po’ per la nostra discrezione. Se così non fosse, allora abbiamo avuto la fortuna di avere “vicini modello”!

Ripetereste l’esperienza?
R: Certamente, 1000 volte. Siamo convinti della protesta che stiamo portando avanti, e del fatto che il paese aveva bisogno di svegliarsi; noi l’abbiamo fatto a modo nostro, scegliendo un tipo di azione che, oltretutto, ci sta formando e migliorando come persone.

Se fuori dalla casa ci fosse davvero contaminazione e doveste restare moltissimo tempo chiusi, cosa vi piacerebbe avere con voi (qualcosa di irrinunciabile)
R: Le persone a noi care. Probabilmente, per i motivi più disparati, in caso di incidente nucleare potresti non avere vicino chi vorresti, e questo credo possa essere devastante nel caso l’incidente sia reale e non simulato

Siete stati nel bidone per continuare la protesta. Mi raccontate? Plausi, critiche, adesioni.
R: Pierpaolo e Giorgio si sono spostati in un container di 4 metri per 5 a forma di bidone radioattivo. La protesta, così estremizzata, ha avuto molti appoggi. La notizia ha viaggiato molto, e questo non può che farci piacere! Mostriamo che la nostra generazione ha ideali, e ha il coraggio di rinunciare a qualcosa pur di raggiungere un traguardo più alto, in questo caso, il bene comune.

Chi ritenete sia il politico più ecologista d’ Italia tra Di Pietro e Vendola? Forse un terzo? E chi?
R: Finora abbiamo pensato che la politica, con le sue scelte, possa e debba occuparsi anche di ambiente. Sia Di Pietro che Vendola, hanno portato avanti scelte intelligenti. Noi appoggiamo e pubblicizziamo non il politico ma le sue scelte (vedi referendum, vedi lo sviluppo delle rinnovabili in Puglia).

Chi ci crede davvero e chi fa finta di essere ambientalista per cavalcare la tigre? (tra i politici e i ruoli istituzionali)
R: Non vogliamo fare nomi, la nostra non è una protesta contro determinate figure politiche ma contro delle scelte sbagliate e illogiche sul nucleare. Chi è ambientalista si vede dalle scelte più ecologiche e sostenibili, chi vuole fingersi ciò che non è si smentirà da solo con dichiarazioni contraddittorie e fatti in disaccordo con le parole.

Che cosa dovrebbe fare secondo voi tra le priorità un vero, sano sincero, ecologista ministro dell’ambiente?
R: Dovrebbe fare il suo lavoro: prendere a cuore l’ambiente e cercare di difenderlo. Dovrebbe interessarsi alle varie situazioni ambientali del territorio che è sotto sua tutela, ascoltare quelle associazioni ambientaliste che, proprio per la loro struttura, hanno meglio presente le situazioni delle singole regioni. Tanto andrebbe anche fatto nel rapporto con l’economia: l’ambiente è una grande risorsa che non va prosciugata.

Non pensate che una donna sinceramente ambientalista non avrebbe mai pensato di riportare il nucleare in Italia?
Una donna che si reputa ambientalista e che pensa che il nucleare sia il futuro è conseguenza logica che a noi possa sembra contraddittoria. In quel caso ci sono due possibilità: o ignora i rischi e la salute per l’uomo e l’ambiente e allora dovrebbe informarsi, oppure è in mala fede

Un mondo affidato alle donne (non quelle della danza bunga) non sarebbe secondo voi più giusto, pulito e con obbiettivi al futuro dei figli?
R: Le donne hanno sicuramente caratteristiche ottime a livello organizzativo. Pensiamo che, se ci fossero più donne competenti in politica, sicuramente le scelte sarebbero più umane, soprattutto quelle ambientali. Siamo però per la meritocrazia: uomo o donna ognuno può dare il suo contributo per migliorare la politica e la res publica, governando con buon senso, intelligenza e moderazione.

10 giugno 2011, Wanda Montanelli

apr 11

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Misurata, 4 aprile 2011

“Il barcone che abbiamo preso con mio padre e mia madre ci costa i risparmi di una vita. Non quella trascorsa, ma quella futura. Pagheremo i Dallai con il lavoro che faremo in Italia o in Francia o in Germania. Siamo partiti in fretta e furia e solo la mattina avevamo mangiato il Biriyani. Siamo usciti però dalle baracche di Dhaka molti giorni fa, camminando per un po’ vicino al canale e poi verso il porto di imbarco con mezzi di fortuna. L’organizzazione ci ha avvertiti che si poteva partire. Dopo molte settimane di attesa era arrivato finalmente il nostro giorno. Abbiamo dormito sulla stuoia sulla spiaggia per aspettare la notte dell’imbarco. L’amica della mia mamma ci aveva dato un dolce e un pane per il viaggio. Lo abbiamo mangiato. Mio padre ha detto: “Shimul hai portato le scarpe?” e io gli ho detto che sì, le scarpe nuove che mi hanno regalato i parenti il giorno del mio compleanno le ho nella mia sacca, vicino al la fionda che ho fatto con un ramo d’albero.
Io ho sette anni e gli altri bambini che stanno nella barca sono di varie età, ma non parliamo la stessa lingua. Il mare è mosso, ma il sogno è bello e non mette paura. In Bangladesh il sogno è di tanti miei amici che sono rimasti. Il mio l’ho quasi raggiunto. Presto arriveremo a Lampedusa, isola italiana, terra di conquista del diritto alla vita…”.

Lampedusa 6 aprile 2011
Le agenzie di comunicazione battono la notizia del naufragio di molti dei migranti: “Un barcone con a bordo almeno 200 migranti si è ribaltato questa notte a 40 miglia a sud dell’isola di Lampedusa, in acque maltesi, e decine di cadaveri sono state avvistate in mare questa mattina, compresi quelli di alcuni bambini sopravvissuti, migranti provenienti da Somalia, Nigeria, Bangladesh, Costa d’Avorio, Chad e Sudan, hanno detto che quando i soccorsi sono arrivati sul posto il barcone stava già affondando, riferisce l’Oim, aggiungendo che tra i passeggeri a bordo c’erano circa 40 donne e 5 bambini. Solo due donne sarebbero sopravvissute. “I sopravvissuti sono tutti in stato di shock” (…) Agenzia Reuters

Cosa gli abbiamo fatto credere? Che in Italia c’è la felicità?
Il breve racconto di Shimul è immaginario. Ma la storia drammaticamente vera. E’ il risultato della globalizzazione. Questa espansione degli orizzonti dal volto disumano che mostra la civiltà occidentale come un miraggio da raggiungere e delude presto per le contraddizioni che esprime. Secondo molti il processo di globalizzazione è solo l’estrema evoluzione del fenomeno di colonizzazione iniziato con la scoperta dell’America. Solo che per acquisire i nuovi schiavi non occorrono investimenti in navi e negrieri. Gli uomini partono da sé e si indebitano per raggiungere posti in cui lavorare a qualsiasi costo e prezzo. Tutto è meglio della fame e della paura. Le immagini divulgate dei mass media con modelli di società in cui tutto è bello sono invitanti. Si tratta di luoghi dove i gatti e i cani hanno menù gourmet, e l’unico problema per gli umani è quello di non ingrassare. Come uno spot di promozione e vendita il prodotto “qualità della vita in occidente” affascina popolazioni che emigrano verso di noi. Sono oltre venti anni che si parla e si scrive di re-distribuire meglio ricchezza e opportunità. Poco o nulla si è fatto per aiutare in modo produttivo e concreto la crescita economica dei paesi poveri. Ma quando li si aiuta lo si fa spesso in terre con ricchezze minerarie in cui il sospetto obiettivo è un tornaconto, invece che l’umanità.
In questi giorni di umanità se ne vede ben poca. La strana modalità operativa di questo periodo emergenziale è che l’Europa sembra lavarsi le mani del genere umano in trasmigrazione.Stupisce soprattutto l’ incoerenza della Francia spintasi avanti per l’intervento in Libia che oggi non ammette che attraverso il permesso di soggiorno temporaneo gli immigrati possano entrare in zona Schengen. Quindi anche da loro.
Secondo l’accordo per la prima volta firmato il 14 giugno 1985 si è deliberata l’introduzione di un regime di libera circolazione per i cittadini degli Stati sottoscrittori. Nel 1995 l’accordo è divenuto “Convenzione di Schengen” tra Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi, e successivamente si è ancora perfezionata in “ l’Acquis di Schengen”. Ad oggi accettato anche da Spagna, Portogallo, Grecia , Austria, Finlandia, Svezia Danimarca. Mentre l’Irlanda, il Regno Unito, l’Islanda e la Norvegia hanno dato solo una adesione parziale.

Ora però tanti stati membri non intendono far passare i migranti con il permesso di soggiorno italiano. La domanda che viene spontanea è: questa Europa esprime decisionismo solo quando il problema riguarda l’imbustamento obbligatorio delle mozzarelle o il pensionamento delle donne a 65 anni? Perché adesso non ha la stessa risolutezza per obbligare gli stati in convenzione Schengen a fare il loro dovere e caricarsi del problema umanitario, che non deriva da un capriccio, ma da un nord Africa in subbuglio? Come possono ritenere che solo l’Italia abbia il dovere umano politico e istituzionale di porre rimedio ad un problema così difficile?
Ma lezioni di umanità possiamo dargliene. Salvo qualche rozzo personaggio come il barista di Roma che ha messo un cartello “Vietato l’ingresso agli animali e agli immigrati”. E’ uno solo, spero il più imbecille d’Italia, e conviene sdrammatizzare come Benigni ne “La vita è bella” quando spiega al figlio che ognuno è nella facoltà di scegliere il cartello che vuole. “A te cosa non piace? “ I ragni” risponde il bambino. “Allora mettiamo, nella nostra libreria, il cartello “Vietato l’ingresso ai ragni ed a visigoti”.
Lezioni di stile e generosità italiana. Checché se ne dica siamo sempre i primi ad accogliere chi ha bisogno. E’ vero che la geografia mette la nostra penisola sdraiata in mare come una generosa madre pronta a consolare naufraghi e naviganti, e il nostro dovere lo abbiamo sempre fatto. I buzzurri bisogna educarli.
Una capatina a Napoli la consiglierei al barista ignorante, dove nei bar non solo entrano tutti, ma per chi non ha mezzi economici c’è pronto un caffè pagato dai più abbienti. Poca cosa è vero, per chi è povero, ma un gesto di accoglienza così aumenta il significato sociale di eguaglianza.

Il racconto di Shimul, pensato per essere più vicino a chi parte, ha una storia, dei sogni, una vita che si mette in gioco, perché l’uomo non può fare a meno di provare a migliorare la propria esistenza, anche mettendo in conto che per vivere si debba rischiare di morire.

Wanda Montanelli, 10 aprile 2011

gen 26

“L’uso massiccio del mezzo televisivo non ha effetti immediati sul pensiero ma produce nel lungo termine un effetto di “coltivazione” e provoca un cambiamento della percezione della realtà, facendo vivere lo spettatore in un mondo modellato su ciò che viene trasmesso nella televisione”
(George Gerbner 1919-2005 Annenberg School of Communications)

Nessuna novità rispetto alle esperienze passate di altri soggetti politici, se non la pervicace resistenza, dell’attuale Premier, nella trincea di lotta politica di un manipolo di uomini asserragliati contro l’esterno. Il mondo parallelo da confutare. Guerra di parole e guerra di immagini, interviste selezionate e messaggi autogestiti. E insieme alle notizie, si crea una nuova realtà mediatica ad usum delphini. Utilizzando un linguaggio “della gente”, un ragionamento tanto banale quanto efficace, di immediata presa emotiva. Da decenni l’effetto sperimentato sul pubblico risulta positivo considerando gli incoraggianti esiti, e si persevera nella scelta del linguaggio semplice in cui l’elettore si riflette. Il “passaggio dal paradigma della superiorità al paradigma del rispecchiamento(1) è la formula testata da ripetere sempre e in ogni occasione, secondo Berlusconi, per stabilire un continuo rinnovo del patto fiduciario tra lui e i suoi elettori. Con un ricorso sistematico – come scrive Morcellini – ad uno stile appellativo che si rivolge alla “maggioranza degli italiani”, ai fruitori fedeli, “alla gente che non è stupida”. Con espressioni che stabilendo “quasi un’identità tra emittente e destinatario del messaggio, ottengono l’effetto di creare una circolarità comunicativa molto efficace”(2).

La stretta relazione tra ciò che vediamo in televisione e l’idea che ci facciamo della realtà è un apparato concettuale attraverso cui si può arrivare a indirizzare il pensiero dei “fruitori semplici di tv”. Laddove per semplici si intende persone che non hanno né voglia, né tempo, né talvolta la condizione culturale di confrontare le informazioni e metabolizzarle dopo un’attenta analisi critica. Conformarsi agli argomenti del messaggio tv è meno impegnativo, più semplice e adeguato ai riferimenti sociali abituali. La Teoria della coltivazione di George Gerbner assegna, infatti, alla tv la funzione di “agente di socializzazione”, oltre che “principale costruttore di immagini e rappresentazioni mentali della realtà sociale” (3).
Le scelte, anche politiche, quindi i consensi elettorali, poggiano sul rapporto di conoscenza e di fiducia cresciuto con l’esposizione mediatica di un soggetto. Un’operazione politica può partire da opzioni preliminari sulla base di categorie e successivamente offrire la proposta di un’ottima raffigurazione soggettiva della categoria emersa come favorita. Le fiction, i telefilm, gli episodi ripetitivi inducono a preferire alcune particolari professioni, ed è provato che i telespettatori sovrastimano chi lavora come medico, avvocato, detective, proprio in virtù della ripetizione di successi dimostrati dalla finzione televisiva.
Coltivare consensi equivale a modellare la realtà puntando sugli effetti cumulativi di permeazione nelle coscienze, per cui nel lungo tempo la televisione porta lo spettatore a vivere in un mondo che “somiglia” a quello mostrato dal teleschermo. Le principali agenzie educative come la scuola e la famiglia, o i punti di riferimento tradizionali come la religione, divengono secondari nella visione dell’esistente dei fruitori di tv che vivono in un “mondo televisivo” che non coincide con quello reale.
La tesi fondamentale della teoria di Gerbner è che “il mezzo televisivo fornisce allo spettatore, dall’infanzia all’età adulta, una visione del mondo comune e condivisa, operando in tal senso nella direzione di una unificazione della realtà”, una omogeneizzazione culturale.
Per questo si parla di coltivazione e di “mainstream of our culture”, “principale corrente culturale” derivata dalla realtà rappresentata.
L’uso politico dei mezzi di comunicazione di massa demandato agli esperti non si limita a sistemi di divulgazione elettorale ufficiali quali le tribune politiche. La comunicazione fatta in campagna elettorale, anche quando sfacciatamente costituisce prevaricazione sul diritto all’informazione equilibrata, è meno pericolosa delle soap-opera, le trasmissioni scanzonate, i talk-show. Come tutto ciò che perdura nel tempo e costruisce procedimenti mentali atti a incidere sul modo di pensare di ogni persona. In effetti gli spettatori di fiction, o di programmi di leggero intrattenimento, meglio che nelle tribune politiche “imparano” un mondo che è diverso da quello reale. I forti consumatori di televisione (almeno 4 ore al giorno) attuano uno “spostamento di realtà” e risultano influenzati dai contenuti televisivi nella loro percezione del mondo, “determinando uno scarto, empiricamente rilevabile tra ‘television answer’ e ‘reality choice’, che può quantificare gli effetti di coltivazione indotti dalla Tv “(4).

In termini semplici avviene che la rappresentazione del sociale presente nell’universo televisivo non è assorbita in maniera selettiva, non è scelta e scartata nelle parti meno rispondenti alla realtà, e gli stimoli o in messaggi in essa contenuti producono risposte sulla base di “quel” mondo rappresentato.
La coltivazione delle coscienze, quindi le azioni che le persone producono dopo anni di questo sottoporsi ad una particolare riproduzione della realtà, è ciò che maggiormente ci deve preoccupare.
Cosa può interporsi tra l’influenza dei media e il soggetto fruitore?
Secondo le due principali scuole di pensiero da una parte c’è la convinzione che i media sono onnipotenti e in grado quindi di manipolare facilmente il comportamento dei soggetti fruitori, e dall’altra l’opinione che esistono comunque delle variabili che filtrano potere dei media.
Secondo Wolf, e McQuail, (1992, 1994) gli effetti dei media sono in qualche modo “mediati” dalla fruizione “attiva” dell’ audience con una “influenza negoziata dei media” attraverso le relazioni interpersonali del contesto sociale di appartenenza (neolazarsfeldismo) (5).

Se viene trasferita in ambito sociale e politico per un preciso scopo, la manipolazione delle coscienze può essere solo il risultato di un’attività perdurante negli anni, per modificare la quale si dovrebbe operare per altrettanti anni avendo gli stessi mezzi a disposizione. Il lavoro sulle immagini, la valutazione sui meriti, gli stati d’animo, definiscono alcuni principi di base che costituiscono il patrimonio culturale, educativo, valoriale dei soggetti sovraesposti al messaggio tv. In conseguenza del quale moduli comportamentali si diffondono, azioni si compiono, scelte di vita in bene o in male vengono assunte.
E’ vero che quello che noi siamo germoglia – secondo Wolf e McQuail – da ciò che leggiamo, dalla stima dei vicini di casa, dall’affetto della famiglia o da circostanze casuali. Esiste però, oltre a tutto questo, il rapporto fitto con la tv e con i mezzi di comunicazione dai quali derivano convinzioni sulla realtà rappresentata. Ciò che una volta era il personale universo quotidiano, viene soppiantato da nuovi rapporti amicali, a senso unico verso modelli televisivi.
La credibilità dell’intrattenitore, la reiterazione del messaggio, l’apparente candore disinteressato di affermazioni a favore di una causa, sono potenti impulsi di indirizzo del consenso. Le quattro parole dette da Iva Zanicchi alla vigilia delle politiche nel 2001, durante un talk-show, riferendosi a Berlusconi candidato premier: “Lasciatelo provare poveruomo!” hanno reso più consensi di innumerevoli tribune o cartelli. Certo la risposta tangibile è venuta da soggetti “coltivati”, cresciuti secondo un esempio televisivo di riferimento, un paradigma di rispecchiamento. Sulla base di un modello che secondo la teoria della coltivazione “non riflette ciò che ogni individuo fruisce in televisione, ma ciò che ampie comunità assorbono durante lunghi periodi di tempo”.

Ci sono schiere di donne affezionatesi a Berlusconi da quando le telenovelas sono entrate nella loro vita. Gabriele Romagnoli scrive su di Diario, nel 2001, che direttore di un diffuso quotidiano, molti anni fa, prima della “discesa in campo”, andò a trovare Berlusconi nella sua villa di Arcore per chiedergli: “Cavaliere, ha mai pensato a candidarsi a sindaco di Milano?”. L’altro tacque e attraverso l’interfono disse: “Portatemi le lettere di oggi”. Un maggiordomo entrò con un sacco pieno di posta. “La media è diecimila al giorno – disse il Cavaliere – Sono tutte donne, mi scrivono per ringraziarmi, dicono che, da quando ho imposto le trasmissioni tv anche al mattino, ho cambiato la loro vita. Capisce? Io cambio la vita delle persone e lei pensa che dovrei candidarmi per Milano?”(6).
Era tanto tempo fa, la coltivazione era solo agli inizi. Ma tecniche sempre più marcate sono state messe in atto in circa vent’anni per migliorare il terreno di crescita nella possibilità di manipolazione delle coscienze.
Puntare per esempio sulla paura di un ipotetico nemico è uno dei cardini della teoria della coltivazione. Ripetere che pericolosi avversari sono in agguato per farci del male, paga. Per esempio i comunisti. Quelli di ieri e quelli di oggi, che – ancora peggiori nella ingannevole patina di uomini di mondo – tramano progetti eversivi, pur passeggiando nel borgo innevato di Saint Moritz, mistificati sotto sconvenienti sciarpe di cachemire.
La paura dello straniero, l’extracomunitario, il violento che viene da lontano, è stato oggetto di campagna elettorale del Pdl con annessa Lega, che ha dato risultati anche oltre ogni previsione. Scrive Gerardina Roberti: “Nel caso della violenza si verifica un differenziale di coltivazione: il soggetto fortemente esposto svilupperà la convinzione che nella realtà si sperimenti un elevato livello di violenza e che egli abbia consistenti probabilità di rimanerne vittima”(7).
Leva importantissima, inoltre, della ripulsa nei confronti di una non meglio identificata “sinistra” è l’affabilità contrapposta allo snobismo, il linguaggio amicale contro il detestabile e altezzoso modo enunciativo dell’intellighenzia comunista. Il soggetto livellatore del gap invece parla come mangia, scherza, sfotte, ride, è il primo a dare la mano e a sorridere, sembra buono, sembra generoso, sembra vicino e tangibile.
L’enorme potere di costruzione della realtà da parte dei media può “sostituire alla verità una realtà mediata dalla propria visione distorta e semplificata. E’ in tal senso che i media, e in particolare la Tv, coltivano – secondo Gerbner – rappresentazioni del mondo stereotipate, appiattite. L’individuo sarebbe così coltivato dalla televisione e tenderebbe ad assumere schemi di atteggiamento/comportamento dettati da essa. Ne consegue che l’individuo non soddisfa affatto il proprio bisogno originario (di interpretazione del reale), ma un bisogno di affabulazione (di sostituzione del reale con il verosimile)”. Un “effetto cumulativo di dipendenza”, che Geraldina Roberti, ritiene parta dalla riflessione sui media come agenti di socializzazione e, confidando sul fattore tempo, determini l’effetto condizionante.
La realtà oggettiva, senza possibili alterazioni, con la evidenziazione della propria intrinseca verità “viene indicata come il bias, ossia il trattamento equilibrato o meno dei differenti fronti di opinione su un argomento specifico” (8).
“Richard S. Salant, presidente della CBS News, disse in proposito: “I nostri giornalisti non fanno le notizie dal loro punto di vista: Le fanno da nessun punto di vista”(9). Tuttavia l’analisi di come il concetto di obiettività varia in relazione ai telegiornali ed alla natura soggettiva delle notizie, porta a considerare che il sommarsi di più versioni di uno stesso accadimento è uno strumento per soggettivarne la comprensione con il minor danno da condizionamento unilaterale.
Gianni Statera ritiene in proposito che “se si può definire operativamente il concetto di ‘imparzialità’ è difficile pretendere di fare lo stesso con un concetto propriamente filosofico come quello di ‘obiettività’. Non solo, infatti, i dati, gli eventi, gli ‘oggetti’ non parlano da sé, ma anzi di regola acquistano senso solo se inseriti in un quadro di riferimento cognitivo a caratterizzare il quale intervengono weltanschauungen dominanti, influenze socioculturali, ambientali, connesse alla subcultura prevalente nell’istituzione in cui si opera”(10).
Torniamo in conseguenza alla circolarità comunicativa, “alla strategia che stabilisce quasi un’identità tra emittente e destinatario del messaggio, che è – secondo Mario Morcellini – uno degli espedienti con cui Berlusconi è riuscito ad agganciare istanze proprie di quella parte dell’elettorato di cui è il naturale esponente – la media e piccola imprenditoria – alle istanze generali della nazione”(11).
Il linguaggio di Berlusconi riesce a costituire “il segno di una volontà tranquillizzante” che non comporta “alcuno sforzo di decodificazione da parte del ricettore del messaggio (…). ‘L’io credo’, l’anafora ossessiva di contenuto fideistico con cui Berlusconi inizia quasi ogni enunciato dei suoi discorsi è uno degli elementi rivelatori di una geografia linguistica che si articola su scelte lessicali ed espressive molto omogenee e ripetitive, che definiscono un microcosmo comunicativo enfatico e apodittico, nell’ambito del quale si organizza un sistema di valori espressi secondo un sistema ben preciso” (12).
Le strategie di marketing politico di Berlusconi sono concordate con gli esperti pubblicitari e comunicatori di cui si avvale da sempre. Lui stesso dichiara che la tecnica di promozione è la medesima sia per lanciare un libro che una forza politica.
L’intercettare i bisogni degli italiani implica anche una ulteriore possibilità, quella cioè, di ricorrere alle profezie che i ricercatori della scuola di Palo Alto in California ritengono più che utilizzata in politica. La profezia dell’evento, cioè, che provoca la sua realizzazione. Il “Self fulfilling prophecies” coniato da Robert K.Merton, (13) è commentato, nell’ipotesi di causa-effetto da annuncio, in un’intervista su “Repubblica” del senatore Norberto Bobbio per esprimere, già anni fa, una seria preoccupazione riguardo alla situazione politica italiana: ”Lo stesso emettere delle profezie provoca – o così si spera – la realizzazione delle profezie stesse. Di fatto – dice Bobbio – gli strumenti di comunicazione possono favorire questo prodigio: dando per certo che qualcosa accadrà si aiuta un po’ a farla accadere” (14).
L’adeguamento al desiderio profetizzato, la conferma dell’esistente contro la paura del diverso, il senso di inadeguatezza, il timore del peggio, conduce ad apprezzare l’universo virtuale che tranquillizza e pertanto va difeso a spada tratta. Non si fa altro in fondo che accogliere una eloquenza consolatoria facile e riconoscibile per proteggersi da un mondo che è visto come altro da sé. Considerato comunque ostile, anche se fosse l’unico reale.

Wanda Montanelli, 25 gennaio 2011

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(1) Giuseppe Antonelli, Sull’italiano dei politici nella Seconda Repubblica (in L’italiano oltre frontiera, atti del V Convegno Internazionale [Lovanio, 22-25 aprile 1998], a cura di Serge Vanvolsem et alii, Leuven University Press – Cesati, Lovanio-Firenze, 2000);
(2) Mario Morcellini, “Elezioni di tv”, pag. 177, Costa & Nolan 1995;
(3) George Gerbner 1919-2005 Annenberg School of Communications)
(4) Geraldina Roberti, docente Univ. Di Siena, Ritorno ai Powerfun media, Gli effetti a lungo termine, 2004-2005
(5) Mauro Wolf, Gli effetti sociali dei media, Milano, Bompiani, 1992
(6) Gabriele Romagnoli A qualcuno piace Silvio, , Diario pag. 26, 30 marzo 2001, editoriale Diario S.r.l., Milano
(7) Geraldina Roberti, docente Univ. Di Siena, Ritorno ai Powerfun media, Gli effetti a lungo termine, 2004-2005
(8) David L. Altheide, “Creare la realtà”, pag 18, Eri 1985
(9) ibidem
(10) Gianni Statera, Introduzione a David L. Altheide, “Creare la realtà”, pag. 7, Eri 1985;
(11) Mario Morcellini, “Elezioni di tv”, Costa & Nolan pag. 178, 1995;
(12) Ivi, pag . 179;
(13) Robert K.Merton, Teoria e struttura sociale, il Mulino, Bologna 1959
(14) Mario Morcellini, Cit, pag 184;

gen 21

La realtà rovesciata del Guru a capo del governo

“Datemi quattro tv e prenderò il mondo”, disse Agnub lo stregone mentre andava verso la sua terra di conquista.
Come ogni abile negromante conosceva i riti propiziatori essenziali per conquistare l’anima del popolo e disse ai suoi adepti che avrebbe solo chiesto un po’ di tempo per metterli il atto. Non sperava nemmeno di durare decenni, e semplicemente si beava del successo momentaneo della sua discesa in campo.
Aveva da poco aperto orizzonti fantasiosi per le donne italiane e loro gli scrivevano i migliaia di lettere ogni giorno per ringraziarlo del regalo inaspettato dei programmi mattutini. Le soap opera, le fiction, intervallate da pubblicità di detersivi, opere sapone appunto, perché dirette al target femminile casalingo.
E’ stata forse la prima divulgazione mirata ad ampio raggio.
Erano i primordi della Coltivazione. Il Guru iniziava a considerare il popolo entità duttile e manipolabile attraverso la forgia televisiva .
Ciò che Berlusconi ha fatto da quegli anni in avanti non l’ha inventato lui. Sicuramente ha ottimizzato un sistema già esistente avendo tv e denaro a disposizione. Due leve potentissime. Deità a cui si inchinano in molti senza distinzioni di età, razza, sesso, religione. Totem moderni di alto appagamento nel rituale pagano.
Da quella volta il guru ha capito di essere invincibile. Per continuare ad esserlo doveva accogliere tutti “i coltivati” nel mondo virtuale, non importa se simile, somigliante, o opposto a quello reale. La dimensione del virtuale doveva apparire l’unica verità possibile e all’occorrenza confliggere con la realtà, quando quest’ultima fosse stata scomoda o sconveniente per i suoi progetti.
“Mi ameranno, eccome se mi ameranno!” pensava Berlusconi quando iniziava a fondare un partito proprio. Ed in virtù di questo amore ha cominciato a curare il terreno di coltivazione con investimenti e offerte incentivanti, simulazioni di risultati, ricerche di mercato, indagini sui desideri del popolo. Ha puntato sui sogni semplici degli italiani, tanto scontati da essere a portata di mano, e conoscendoli nel dettaglio, ha dato la sensazione che si potessero toccare con mano. Non importa se visibili o raccontati, gli oggetti del desiderio erano davanti a chi voleva bearsene, pronti subito nell’immagine tv, o ipotizzati nel possibile arricchimento di sé, in un mondo virtuale immediato o reale solo intravisto nel futuro. L’abilità di far sconfinare l’immaginario tra i due mondi è il gioco vincente del guru, che quando non sa affabula, quando non dà promette, quando ha torto narra di aver ragione.
Se avesse deciso di coltivare champignon lo avrebbe fatto con lo stesso rigore scientifico. Ha deciso invece di coltivare consensi elettorali e si è dotato di tutto l’occorrente. A cominciare da strenne sorprendenti. Per le casalinghe abbiamo già detto le telenovelas, per i ragazzi in età adolescenziale spassose fiction americane del tipo dei Jefferson, per gli omaccioni frustrati esibizioni di forme straripanti in donne disinibite come nel programma “Colpo grosso” . Ha dato agli italiani ciò che volevano. Si è reso riconoscibile e familiare come specchio delle debolezze umane, condonate a se stesso con generosa indulgenza. Pertanto ha condotto a sé tutti coloro che non riconoscono le autorità giudicanti: ogni uomo se vuole sbaglia, pecca, infrange la legge. Deve essere capito e assolto per la sua debolezza, altrimenti, che diamine, la scomoda legge si cambia. Molti vorrebbero poterlo fare. Ognuno per una legge personale che gli dà particolarmente fastidio. L’identificazione in Berlusconi è in questo auto-assolvimento, più che nell’ammirazione dell’uomo fatto da sé nei confronti del quale i più deboli non possono competere. Beppe Severgnini cita Giorgio Gaber il quale afferma di aver paura del Berlusconi che ha in sé. E’ questo il senso primario che porta i sondaggi di un popolo mazziato a dire ancora di sì al guru premier.
Per ricondurre alla teoria della coltivazione un ritorno ai programmi tv dell’inizio può rimarcare un ulteriore passaggio, un salto di qualità dalla la tv provinciale e localizzata all’omogeneizzazione nazionale del prodotto televisivo, creando cioè programmi simili a quelli della Rai nazionale con l’acquisizione di personaggi popolarissimi nei quali si identificava l’offerta televisiva di Stato. Il primo a fare il passo fu Mike Bongiorno. Era il 1983. Il presentatore conduceva in Rai l’ultima puntata di Flash e Berlusconi era seduto tra il pubblico nel teatro degli Studi Rai alla Fiera di Milano. Era prevista una cena di chiusura con tutti i partecipanti all’ultima puntata, ma Mike Bongiorno disse che sarebbe andato via con Berlusconi per firmare un nuovo contratto per la tv privata del Cavaliere.
In seguito altri beniamini del pubblico furono attratti da Canale 5. I motivi dei repentini abbandoni della Rai erano essenzialmente due. Le cifre d’ingaggio mai viste nella tv di stato e Mike Bongiorno. Se Mike, personaggio simbolo della tv nazionale, era passato a canale 5, tutti gli altri potevano farlo senza timore di sminuirsi.
Berlusconi però non poteva permettersi a lungo di imitare i programmi Rai sostenuti dal canone, ed ha perciò iniziato a produrne sempre più banali e poco costosi andando a solleticare i desideri meno confessati del pubblico: tette al vento, narcisismo, facili quiz, ricchezza e denaro come obiettivo da conquistare in cambio di concessioni. Scuola banalissima di vita, dottrina del disimpegno gaudente e dovuto. Con un unico obbligo: essere belli (naturali o plastici non importa), essere giovani, e soprattutto pronti a vendersi senza troppe storie.
La domanda che mi preme, occupandomi del femminile in tutte le complesse prerogative che l’ambito esprime, è: “Quando ha iniziato Berlusconi a odiare le donne?”.
Che le donne non lo amino è evidente. Le ragazze, intendo dire, quelle che riempiono la sua vita in stranissime notti di sessualità mercificata a tinte forti, non lo amano. Possono chiamarlo, papi, o tesoro, o amorino, ma quando l’osservano vedono piuttosto che la sua faccia le stelline filigranate delle banconote da 500 euro. Un bancomat. Non si ama un bancomat, lo si considera per l’utilizzo che se ne fa.
Lui però disprezza le ragazze che si porta in casa. Non ha stima dell’autonomia e dell’intelligenza femminile. Sa che esistono donne di ingegno pari o anche superiore al suo, ma è tale la sua disistima odio o paura delle donne che deve necessariamente ridurle a oggetto di compravendita. Mercificarle. Pertanto renderle innocue.
Così ragazze di facili costumi entrano in importanti ruoli istituzionali in cambio di sesso dato o procurato. Cerco di capire. Senza giustificarle osservo la scorciatoia. Una di loro in un colloquio a quattr’occhi potrebbe dirmi: “Esiste un’altra strada per le donne in politica?”. Io potrei elencare tante persone che ce l’hanno fatta da sole, ma sarei in imbarazzo per il numero rilevante di quante altre passano per la scorciatoia.
Certo non sono esaltanti esempi da ammirare. Mi piace di più chi si affanna contro le storture del mondo avendo poche possibilità di riuscita ma affrontando le difficoltà con coraggio. Mi piacciono ragazze concrete in ogni campo, anche in quello difficile dell’arte. L’altra sera mi ha dato molta gioia un’intervista a Giusy Ferreri che ha puntato sul suo talento, lo studio musicale e l’impostazione timbrica della sua singolare voce. Arrivata al successo questa straordinaria ragazza non lascia ancora il suo posto di cassiera part-time, piuttosto chiede l’aspettativa. Concreta, razionale, ma anche bella e fantasiosa. Non si aspetta regali dalla vita, pertanto non lascia il lavoro.
Mi piace l’intelligenza di donne come Margherita Hack che la scienza non ha distolto da un gratificante rapporto di coppia con l’uomo che ha sposato nel ‘44. Mi piace la bellezza sensuale e umana di un’attrice come Marilyn Monroe, che pure ha avuto amanti potenti, ma ogni volta se n’è innamorata, tanto da morirne. Lei non credo vedesse un bancomat quando John Fitzgerald Kennedy andava a trovarla.
La bellezza è un valore, quando è unita a intelligenza e stima di sé rende le persone preziose. Così splendide sono le donne che credono tanto in se stesse che non esiste prezzo per comprarle. Questo dovrebbe essere il messaggio verso i misogini che abbassano a livelli di degrado la qualità dell’esistenza femminile.
Vent’anni di coltivazione delle coscienze operata da Berlusconi non si riequilibrano con poco. Occorrerà una de-programmazione rilanciando persone di qualità morali, esempi di uomini o donne che raggiungono gli obiettivi della loro esistenza con la quotidiana fatica. Necessita una diversa rappresentazione dell’esistente, che poi è la fotografia della maggioranza degli italiani. Occorre farla vedere questa immagine di reale competitività di coloro che nascono bravi e corretti o lo diventano con l’impegno. Basta con i tronisti, le veline, basta con sculettanti donne o uomini in cerca del protettore che acquisti le loro beltà per disprezzo, non per stima, né per amore. Basta con i lelemora di turno. Basta con parentopoli, amantopoli, scuole televisive di degrado. Indottrinamenti sulla magnificenza del disimpegno e la vita facile propinate ai nostri ragazzi. Basta vendere, basta comprare corpi e coscienze umane. La misura è colma se ora dalla fiction si è passati alla legittimazione istituzionale di comportamenti che se pure non fossero reato spostano la interiorità umana ai livelli sempre più bassi di decadimento.
Aprite le porte delle istituzioni alle donne, ma senza quote. In gara aperta, in liste alternate dove ognuno se la batte per il valore antropico e politico che rappresenta. Basta listini con le fidanzate e le zie del governante di turno. Berlusconi ha esasperato gli spazi che il sistema ha messo a disposizione. Ma non ha inventato lui tutto il male sociale e politico dell’esistente attuale. Lui l’ha usato a meraviglia. E quando Berlusconi se ne andrà, spero verso una sana vecchiaia, gli altri siano migliori di lui. Si facciano aiutare dalle donne per iniziare la nuova età dell’oro, da soli rischiano di perdurare nell’egoismo misogino che non porta lontano da dove siamo ora. Insomma vorremmo essere più ottimisti sul dopo-berlusconi.

Wanda Montanelli, 21 gennaio 2011

dic 15

Scilipoti e Razzi… e sono dieci! Ma come fa Di Pietro a scegliere i parlamentari fuggiaschi?

Ha un’abilità speciale. Li sceglie in prossimità delle elezioni. In genere lanciando una sorta di Opa (Offerta pubblica di acquisto). Ve ne sono diverse, pubblicate sulle più note agenzie di stampa. Lo dice apertamente e se ne vanta. Anni fa, nel corso di una riunione dell’Esecutivo nazionale a cui presi parte, invitai Tonino ad affidarsi a persone sicure, a chi nel movimento si era speso per molti anni dando prova di affidabilità, concretezza, idealità. Gli dissi che erano tanti, donne e uomini, a costituire il tessuto connettivo del partito del quale fidarsi. La questione all’ordine del giorno (era il luglio del 2006 in via dei Prefetti a Roma) riguardava l’opportunità di entrare nel gruppo dei Democratici. Gli ricordai l’amara esperienza dei Democratici dell’Asinello e aggiunsi che si può andare ovunque avendo una rete di persone su cui contare. Donne e uomini che a contatto con altri in coalizione potevano creare sinergie e tener sempre presente quali sono le fondamenta di costruzione di un movimento. Le basi su cui si poggia tutta la struttura partitica i principi statutari e il programma.
Lui rispose che non era un problema, che non gli interessava nulla di tutta questa gente del partito e che non aveva bisogno di loro. Questi si aspettano addirittura di essere candidati! Mentre un po’ prima delle elezioni ci sono folle pronte a saltare sul carro elettorale Idv. Altra gente, diversa da chi conosce da tanti anni, aspiranti concorrenti che apportano linfa nuova.
Mi pare che più che linfa si siano incassati tanti problemi e fregature. Ma Di Pietro è affascinato dalle novità. Persone le più diverse, e quale sia l’elemento principale del loro appeal non è dato sapere. A parte alcuni casi di personaggi popolari come Franca Rame o Pietro Mennea e pochi altri, sono capitati in Idv stanchi riciclati di altri partiti, millantatori di consensi mai dimostrati, azzeccagarbugli, traffichini, e incolti maneggioni. Brutti e rozzi non in maniera occulta. Evidenti al primo sguardo, perché se osserviamo le facce di alcuni di loro davvero non si capisce come Di Pietro si sia fidato ad accoglierli e non abbia sussultato per la paura al nel vederseli davanti. Invece ha steso tappeti rossi e li ha fatti eleggere. I parlamentari raccogliticci che l’Idv si è ritrovata nel tempo sono fuggiti poi verso il miglior offerente privando il Movimento di tanti bravi attivisti respinti nelle retrovie. Restati in ombra. Tutti quelli che per anni hanno speso tempo e ingegno a far crescere l’Idv e che Di Pietro non ha preso in alcuna considerazione. Un maltrattamento che sono in tanti ad aver subito, specialmente le donne, che una per una ho conosciuto nelle loro prerogative quando ero a capo del Dipartimento Pari Opportunità, lavorando all’emersione e al riconoscimento dei diritti di cittadinanza di attiviste e dirigenti con elevate qualità umane e politiche.
In alcuni leader si identifica talvolta una sorta di sindrome di Laio che distrugge i figli migliori, proprio perché li riconosce in quanto migliori e li teme. E’ una teoria di cui parlava Donnici con alcuni di noi per tentare di capire certi meccanismi mentali di respingimento dei più valenti in Idv. Accade nei partiti, nelle società, nei posti dove quotidianamente si misura il talento. Beniamino da neuropsichiatra approfondisce i motivi di ciò che a noi sembravano inspiegabili contorsioni mentali. Più semplicemente dalla mia esperienza posso tentare di capire perché Di Pietro ha avuto un fare sprezzante con la componente femminile del suo partito. Andando a ritroso nel tempo è un fatto documentato che ha voluto eleggere oltre il 90 per cento di parlamentari maschi e ha tenuto all’angolo le donne che pur preparate e capaci non si sono risparmiate nella costruzione della casa comune, ed hanno dimostrato di non essere inferiori in attitudine, passione e impegno politico.
Nel primo anno la scelta era di 21 uomini eletti contro un’unica parlamentare alla Camera dei Deputati. Tutte le altre le ha respinte con sprezzo e fastidio, nonostante i brillanti curricola. Mi chiedo quanti dei parlamentari fatti eleggere da Di Pietro abbiano redatto lo Statuto, quanti scritto il programma dell’Unione per l’Idv, quanti creato una rete di donne e incentivato circoli andando sin dal 1998 in giro per l’Italia in treno o in camper; quanti fondato il primo organo di stampa, gli uffici comunicazione, i circoli per l’Ulivo in rappresentanza di Idv, i primi dipartimenti. Quanti abbiano ideato sportelli e accoglienza per la cittadinanza, progetti comunitari, manifestazioni contro la violenza.
Uno dei consueti progetti lo presentai in occasione, della riunione in sede nazionale già citata. Era una serie di eventi da fare nel 2007, anno europeo per le Pari Opportunità, con i fondi previsti dall’art. 3 della legge 157/99, previsti e dati al partito “Per la partecipazione attiva delle donne alla politica”… Lui, Di Pietro, disse che si trattava di un progetto bellissimo, che però non avrei dovuto svolgere io, ma qualcun’altra che ancora non sapeva chi sarebbe stata. Rammento che Franca Rame sconcertata prese le mie difese pur non conoscendomi, e che in molti si mostrarono dispiaciuti per la sua scortese risposta.
Alberico Giostra, il giornalista autore de “Il Tribuno” spiega, nella prefazione del suo libro, che Di Pietro e Berlusconi sono due facce della stessa medaglia. Sono padroni dei partiti che hanno fondato ed hanno una serie di curiose rassomiglianze che invito ad approfondire nella lettura del corposo manoscritto edito da Castelvecchi.
Per la mia esperienza posso sicuramente confermare che nel rapporto “donne e politica” le somiglianze ci sono eccome. Tutti e due, salvo poche eccezioni, non fanno avanzare di un passo donne che non siano loro propaggini. Diramazioni cioè di se stessi. Donne di cui fidarsi per l’esclusività del legame e il condizionamento che le lega al proprio volere di “presidenti padroni”. Sono questi gli uomini che con la loro visione machista del mondo impediscono quel camminare insieme che è il primo fattore di crescita della democrazia.
Ma un’analisi profonda di questa nostra asfittica democrazia bisognerà farla per bene. Ieri sera Rosy Bindi ha spiegato, battendosi energicamente in tv a Ballarò, la defaillance culturale che stiamo subendo. Coltivati in un clima privo di sani principi registriamo il proliferare di eventi negativi come la compravendita di voti in parlamento. Nemmeno più nascosta ma alla luce del sole. Che possiamo aspettarci di altro? Per cambiare occorre prima capire dove si è sbagliato. Intanto non si può che constatare che chi semina senza aver cura del terreno raccoglie turzi.

15 dicembre 2010, Wanda Montanelli

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